Più lib(e)ri 28 Ottobre 2007
Posted by chiaradavinci in egolalia, lector in fabula, traduzione.12 comments
Ieri sono stata qui:
Ho assistito alla presentazione del libro di una scrittrice (ti)cinese insieme alla sua traduttrice verso il tedesco, a una tavola rotonda sulla traduzione letteraria e all’one-woman-show di una giornalista italiana trapiantata in Germania, ho conosciuto per caso l’autrice di un libro che mi è piaciuto molto e ho passato diverse ore con la mia scrittrice preferita.
La vita è bella.
Di tempo, marmellata e nonni 26 Settembre 2007
Posted by chiaradavinci in lector in fabula.4 comments
Mi riallaccio al post di ieri e alla discussione che ne è scaturita sui tempi, gli ingredienti e i modi per preparare una marmellata e parlo di uno dei miei libri preferiti: Die Palette di Hubert Fichte.
Hubert Fichte (in italiano verrebbe fuori una roba tipo Umberto Abeterosso, 1935-1986) è stato l’Allen Ginsberg, il Jack Kerouac della Germania. Mezzo ebreo sotto Hitler, bisessuale in epoca postbellica e puritana, autodidatta culturale, non ha avuto vita facile. Fin da ragazzino ha recitato a teatro, poi ha intrapreso studi di agraria ed è finito a fare il pastore in Provenza, l’educatore di ragazzi difficili in Svezia e l’assistente sociale a Parigi. Tornato in Germania negli anni ‘60, ha iniziato a scrivere e nel 1968 ha pubblicato Die Palette, la sua opera più riuscita, che prende il titolo dal locale-culto dei freak di Amburgo.
Non c’è un canovaccio, solo dialoghi, impressioni e flashback sul passato degli avventori, tutti personaggi molto alternativi, molto beat, oh yeah, ai margini della società: semiartisti, delinquentelli, prostitute, ragazzi di vita, travestiti, fuggiaschi. Protagonista è la ‘scena’ della subcultura anticonformista amburghese degli anni ‘50 e dei primi anni ‘60, quell’underground che esisteva già prima che nascesse questa parola e che preparò il mondo al ‘68. La figura principale è Jäcki, l’alter-ego dello scrittore, gli altri personaggi, mai chiamati per nome ma solo per soprannome, vengono introdotti e lasciati passare. Non c’è azione vera e propria, non ci sono eroi, né buoni, né cattivi. C’è solo un mondo fatto di droga, musica, sesso, povertà, piccola criminalità, pseudo-arte. Fichte non giudica, presenta solo degli episodi, dei valori, un milieu particolare. Pian piano nel corso del romanzo è Jäcki stesso che si trasforma da semplice osservatore a critico del mondo che lo circonda. Non perché cambi lui, ma perché a cambiare, a deteriorarsi è il Palette. Arrivano nuove persone, cambiano i temi di cui si discute e i soldi hanno sempre più importanza.
Il linguaggio non è semplice, riproduce lo slang degli emarginati che frequentavano il locale, e mancano quasi i nessi grammaticali. La scrittura è fortemente associativa e unisce frasi dei personaggi a titoli di giornali, graffiti sulle pareti dei bagni e slogan pubblicitari, in perfetto stile pre-pulp.
Cosa c’entra tutto questo con la marmellata di ieri? Mi permetto anch’io un’associazione à-la-Fichte. La frase che più mi ha colpito del libro - e che rivela la formazione bergsoniana dell’autore - è la seguente: Die Zeit ist ein Gelee in Jäckis Omas Bonzenschrank, ovvero: il tempo è una marmellata nell’armadio della nonna di Jäcki. Non me la tolgo dalla testa. Nemmeno mentre affondo le dita nella marmellata di uva america e mele che ho fatto l’anno scorso, riciclando una vecchia ricetta di mio nonno.










