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Di tempo, marmellata e nonni 26 settembre 2007

Posted by chiaradavinci in lector in fabula.
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Die Palette, Hubert FichteMi riallaccio al post di ieri e alla discussione che ne è scaturita sui tempi, gli ingredienti e i modi per preparare una marmellata e parlo di uno dei miei libri preferiti: Die Palette di Hubert Fichte.

 

Hubert Fichte (in italiano verrebbe fuori una roba tipo Umberto Abeterosso, 1935-1986) è stato l’Allen Ginsberg, il Jack Kerouac della Germania. Mezzo ebreo sotto Hitler, bisessuale in epoca postbellica e puritana, autodidatta culturale, non ha avuto vita facile. Fin da ragazzino ha recitato a teatro, poi ha intrapreso studi di agraria ed è finito a fare il pastore in Provenza, l’educatore di ragazzi difficili in Svezia e l’assistente sociale a Parigi. Tornato in Germania negli anni ’60, ha iniziato a scrivere e nel 1968 ha pubblicato Die Palette, la sua opera più riuscita, che prende il titolo dal locale-culto dei freak di Amburgo.

 

Non c’è un canovaccio, solo dialoghi, impressioni e flashback sul passato degli avventori, tutti personaggi molto alternativi, molto beat, oh yeah, ai margini della società: semiartisti, delinquentelli, prostitute, ragazzi di vita, travestiti, fuggiaschi. Protagonista è la ‘scena’ della subcultura anticonformista amburghese degli anni ‘50 e dei primi anni ‘60, quell’underground che esisteva già prima che nascesse questa parola e che preparò il mondo al ‘68. La figura principale è Jäcki, l’alter-ego dello scrittore, gli altri personaggi, mai chiamati per nome ma solo per soprannome, vengono introdotti e lasciati passare. Non c’è azione vera e propria, non ci sono eroi, né buoni, né cattivi. C’è solo un mondo fatto di droga, musica, sesso, povertà, piccola criminalità, pseudo-arte. Fichte non giudica, presenta solo degli episodi, dei valori, un milieu particolare. Pian piano nel corso del romanzo è Jäcki stesso che si trasforma da semplice osservatore a critico del mondo che lo circonda. Non perché cambi lui, ma perché a cambiare, a deteriorarsi è il Palette. Arrivano nuove persone, cambiano i temi di cui si discute e i soldi hanno sempre più importanza.

 

Il linguaggio non è semplice, riproduce lo slang degli emarginati che frequentavano il locale, e mancano quasi i nessi grammaticali. La scrittura è fortemente associativa e unisce frasi dei personaggi a titoli di giornali, graffiti sulle pareti dei bagni e slogan pubblicitari, in perfetto stile pre-pulp.

 

Cosa c’entra tutto questo con la marmellata di ieri? Mi permetto anch’io un’associazione à-la-Fichte. La frase che più mi ha colpito del libro – e che rivela la formazione bergsoniana dell’autore – è la seguente: Die Zeit ist ein Gelee in Jäckis Omas Bonzenschrank, ovvero: il tempo è una marmellata nell’armadio della nonna di Jäcki. Non me la tolgo dalla testa. Nemmeno mentre affondo le dita nella marmellata di uva america e mele che ho fatto l’anno scorso, riciclando una vecchia ricetta di mio nonno.

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Commenti»

1. hs - 27 settembre 2007

io direi uberto, ancor più che umberto 🙂
uberto abeterosso è raccapricciante, in ogni caso.

il tuo post è interessante e mi incuriosisce il testo di cui parli. sul tempo ti suggerisco lo sketch di de crescenzo in 32 dicembre, quando nei panni di uno psicanalista parla di “tempo bidimensionale”.

2. hs - 27 settembre 2007
3. chiaradavinci - 28 settembre 2007

epifania del giorno: ho diciott’anni (ma me ne sento nove).

p.s. uberto è un chiaro calco. e poi vuoi mettere la faccia di Bossi quando scopre di chiamarsi come un frocio (perché se Fichte lo chiamavi omosessuale ti sputava), mezzo ebreo e che ha scritto trattati etnologici sugli dei africani?

4. hs - 28 settembre 2007

beh, per uno come bossi essere “un frocio mezzo ebreo che scrive di africani” può essere solo un miglioramento.


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