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Brecht à porter 15 novembre 2007

Posted by chiaradavinci in Maestri, metablog.
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Non che ce ne fosse bisogno, però ho appena avuto la conferma dell’estrema attualità dei classici. Me l’ha data Bertolt Brecht (segue ovazione in varie lingue).

Sto scrivendo un articolo sul rapporto tra lui e Wolf Biermann (uno che l’ovazione ce l’ha di serie) e ho riletto giusto ieri un suo scritto sul teatro epico, sullo straniamento e sull’effetto che una rappresentazione deve avere sullo spettatore. Uno scritto che mi ha fatto ripensare allo scambio di vedute che abbiamo avuto in questi giorni in merito a Facebook.

Brecht sosteneva che la rappresentazione teatrale non doveva portare lo spettatore all’identificazione passiva con quanto accadeva sulla scena. Mentre i tragici greci miravano al coinvolgimento e alla catarsi dello spettatore, Brecht voleva spingere il pubblico alla riflessione critica. Lo spettatore doveva essere sempre cosciente del fatto che stava assistendo a una rappresentazione, doveva mantenere il distacco e la lucidità necessari a ragionare su quanto stava accadendo. Per evitare che si immedesimasse, Brecht inseriva delle canzoni, proiettava delle scritte sullo sfondo, portava in scena le locandine dei giornali. Il pubblico si fermava a riflettere su quanto stava accadendo, perché si rendeva conto che quella era una finzione e non la vita vera.

Ecco, a chi spesso confonde reale e virtuale, a chi vive di chat, blog, wall, commenti, pizzicotti, cioccolatini, :-********* e :-(((( ci vorrebbe ogni tanto un bell’effetto straniamento. Una scritta “è la chat, bellezza”, una canzoncina fischiettata da Mecki Messer o un bel nocchino dato bene.

Perché a confondere realtà e finzione, poi, si fa la fine di madame Bovary, o quella del Quijote. E non so cosa è peggio.



Visto che per Brecht i fini della scrittura erano semre didattici, mi rifaccio al Meister e dico che l’articolo si intitola Brecht, il tuo erede… La tesi è che Biermann ha citato, rielaborato e straziato Brecht, dimostrando di aver imparato la lezione del suo maestro, che a sua volta aveva citato, rielaborato e straziato le opere della tradizione classica, per renderle vive.

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Commenti»

1. Nandina - 16 novembre 2007

Be’, la fine peggiore è quella di Madame Bovary (che non è che si sia goduta la vita molto…) senz’altro.
Sull’attualità di Brecht invece io, su tutt’altro argomento, propongo di rileggersi periodicamente “Vita di galileo”.
Ovazione ovazione ovazione…

2. Flores - 16 novembre 2007

Bello, e dove sarà pubblicato quest’articolo? Passami un po’ di materiale su Biermann Chiara Jolie, mi incuriosisce sempre di più questo personaggio!
Un bacio grande
Flo vampira (solo per oggi!)

3. vanessa - 18 novembre 2007

ultimamente ci siamo messi di buzzo buono a vederci tutti (beh, non di seguito) i film di straub-huillet, esemplarmente brechtiani nel senso a cui ti riferisci tu in questo post… all’inizio certe cose non si capiscono e disturbano, perche’ gli attori sono cosi’ inespressivi? perche’ una scena dura tre, cinque, dieci volte tanto quanto ti aspetteresti e ti sembrerebbe ragionevole? poi capisci che e’ il tuo senso critico anestetizzato che si sta risvegliando. se una scena ti sembra “troppo lunga” allora e’ quello il momento in cui cominci a guardarla davvero, a ragionarci, a porti delle domande, e ti rendi conto che di solito, invece, le cose che vedi al cinema sono esattamente così come te le aspetti e questo ti fa cosi’ comodo che hai disimparato a diffidarne…
mi unisco all’ovazione.

4. chiaradavinci - 23 novembre 2007

Nandina, io ho sempre preferito le poesie al teatro di Brecht, forse perché diffido sempre di chi vuole insegnarmi qualcosa (vabbe’, nel caso di Brecht mi fa solo bene se imparo, però è il principio), comunque l’attualità dell’Opera da tre soldi è incredibile (e chi dice che l’ha scopiazzata dalla Beggar’s Opera di Gay, dovrebbe rileggersele utt’e due per bene).

Flo, l’articolo comparirà (se riuscirò mai a finirlo entro Natale) sul volume che celebra i dieci anni di attività della fondazione che ha sovvenzionato il mio dottorato. Sarà un bel libro, perché ci è stato chiesto di scrivere un articolo leggibile e fruibile anche dai non addetti ai lavori e lo pubblicherà una casa editrice tedesca importante. E’ una bella opportunità, spero davvero di avere il tempo per sfruttarla.
Quanto al mitico Wolf, in Italia è stato tradotto un suo libro di poesie, a fine anni ’70, mentre negli anni ’90 hanno pubblicato due raccolte di saggi. Col passare degli anni è diventato prolisso e si è dato al giornalismo, ma non ha esaurito la vena sarcastica.

Vanessa, ho sempre voluto vedere almeno un film di Straub-Huillet, ma se lo propongo al dring dopo una giornata di duro lavoro rischio il divorzio (un po’ come se mi tagliassi i capelli molto corti). Qualche anno fa ho visto la realizzazione cinematografica di “Conversazione in Sicilia” fatta da un altro registra a lui vicino (ora mi sfugge il nome) e mi ha deluso molto perché secondo me calcavano un po’ troppo la mano (oltre all’effetto straniamento cercavano di riprodurre anche le pause nei dialoghi di Vittorini, tra l’altro usando attoi presi per strada). Però l’idea è davvero geniale.

5. vanessa - 23 novembre 2007

Chiara quello è IL film di Straub-huillet, si intitola Sicilia! ed è bellissimo secondo me… Comunque il tema è ampiamente al di sopra delle mie capacità intellettuali e dialettiche quindi lasciamo perdere 😉 Viva Barbapapà. E viva marlonbrando. Baciii!

6. chiaradavinci - 24 novembre 2007

no, no, Vanessa, parliamone. perché Barbapapà è una gran bella cosa, ma lo metto insieme alla pasta con la zucca (ogni tanto ci vuole pure quella, ma mica quella e basta). ero convinta che quello fosse il film del suo delfino, invece guarda un po’, era suo e non me lo ricordavo.
devo ammettere che una delle cose che mi hanno dato più fastidio è stato il documentario che illustrava le riprese. il regista e la moglie trattavano gli attori presi dalla strada come dei deficienti, come gente che non capiva nulla. ora, io capisco che tu intellettuale voglia avvicinarti al popolo, che tu voglia essere didattico e istruttivo, però per fare ciò è bene che tu perda un po’ dei quintali di spocchia che ti porti dietro. è inutile, voglio dire, che tu cerchi di farti bello insegnando, se poi perdi tutto il tuo valore trattando male la gente.
anche il fatto di avere preso gli attori dalla campagna, dovrebbe essere un plusvalore, però per me in quel caso era piuttosto una sfida ai colleghi, come dire: guarda che popodiregistone sono: riesco a far fare quello che mi pare anche a questi zotici (che tratto molto peggio di animali).
a parte questo, poi, credo fermamente che l’effetto straniamento ci voglia, però c’è modo e modo. io ho visto riprese di Helene Waigel mentre recita la Mutter Courage, è distante e per niente enfühlsam, però trasmette il senso della guerra e della sofferenza. quei poveri disgraziati siciliani sembrano più spaventati per quello che avrebbe detto loro il regista dittatore che non preoccupati per quanto accadeva sotto la dittatura fascista. a quel punto tanto vale mettere delle persone a caso davanti alla macchina da presa e far leggere loro il copione, l’effetto è lo stesso.

voglio dire va bene Brecht, ma non ci marciamo troppo.

detto questo, ribadisco che ancor meno mi piacciono Hollywood, i plot e i finali hollywoodiani à-la-das Leben der Anderen.


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