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2009, sbrigati! 31 dicembre 2008

Posted by chiaradavinci in all you need is love, auguri.
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Dunque, niente oroscopi perché sono acchiappacitrulli, niente consuntivi dell’anno vecchio perché non servono a nulla, niente propositi per quello nuovo perché tanto non si rispettano mai. Cosa resta? Ma sì, un augurio. Un augurio a tutti di serenità, che non fa mai male, e di amore, perché senza quello non si vive. Ma intendo amore senza se e senza ma, perché  noi Toscani si dice che il ma e il se sono il patrimonio dei bischeri.

A risentirci presto, bischeri e non.

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Auguri inimitabili 23 dicembre 2008

Posted by chiaradavinci in auguri, Maestri.
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Hey hey Many Many, rock and roll will never die 16 dicembre 2008

Posted by chiaradavinci in da vinci's family, Maestri.
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L’orsacchiotto preferito di Leonardo si chiama Manfred, come il signore che per anni ha diretto la sezione dell’ASL di Friburgo dedicata agli studenti (perché sì, l’ASL tedesca ha una sezione speciale per gli studenti). Ricordo la prima volta che sono entrata nel suo ufficio, fresca fresca di Erasmus, col mio Ecccentoqualcheccosa in mano e tanta paura. Un signore trai quarantacinque e i cinquanta (io avevo poco più che vent’anni, sì, era un signore) coi baffi e gli occhiali scuri mi accolse, dandomi la mano, e poi andò a preparare un caffè per tutti e due. Le pareti dell’ufficio erano tappezzate di foto di Elvis, versione anni Settanta: ciuffo, frange e scarpe di serpente (no, Laura, il brillante in pieno dente, no…). Guardando meglio mi accorsi che non era Elvis, ma il signore stesso, e mi stette già più simpatico. Tornò col caffè, guardò il mio Eccentoqualcheccosa e scosse la testa. Io provai a dirgli che anche mio padre lavorava all’Asl e che se c’era qualcosa che non andava potevamo provare a chiamarlo.  Lui scosse di nuovo la testa,  disse (con un accento del Baden-Württemberg che nemmeno Udo della Clinica della Foresta Nera): Signorina, lei crede forse che suo padre sia l’unico dipendente dell’Asl al mondo con poteri magici? Il problema glielo risolve subito Manfred, e se avrà di nuovo bisogno, mi chiami a questo numero e mi mise in mano un biglietto da visita con su, manco a dirlo, la foto di Elvis e due lustrini. Oh yeah.

Gli anni passarono, e a me questo Manfred era rimasto nel cuore, ogni tanto passavo per offrirgli un caffè, per fare due chiacchere o per portargli i soliti Eccentoqualcheccosa e fargli scuotere allegramente la testa. Nel frattempo avevo scoperto che era una specie di celebrità lì a Friburgo. Non solo era il cantante leader della celebre band Many and the teddyshakers (e adesso si capisce il perché del nome del pupazzo), ma era pure impegnatissimo con associazioni filantropiche, sempre attento ad aiutare i giovani musicisti locali, in prima linea nella lotta al razzismo e impegnato in politica. Coi verdi, che in Germania hanno delle gran palle.

Quando io e il dring andammo a vivere insieme, ce lo ritrovammo come vicino. Si fermava sempre a chiederci come stavamo, col suo sorriso a quaranta denti e l’immarcescibile accento badisch anche quando tentava di parlare spagnolo (perché lui mandava parte dello stipendio ai bambini di un orfanotrofio di Cuba, e andava spesso a trovarli, perché ich bin ein alter Sozialist, und auch etwas mehr, sozusagen…). E sempre due parole sull’Inter o sul Barça, nonché sul Freiburg e sulla fortuna che il club aveva avuto dandomi lavoro.

Quando andai a salutarlo prima di tornare definitivamente in Italia, dieci anni esatti dopo quel primo ingresso nel suo ufficio, lo vidi commosso, e ricordo che mi chiese di portargli a conoscere i nostri figli, quando sarebbero arrivati.

Noi siamo appena tornati da Friburgo, tutti insieme. Marlonbrando ha scoperto la neve, i Wurst e gli Spätzle, ma non ha potuto conoscere Manfred. Quello con le frange e il ciuffo, voglio dire, perché se n’è andato lo scorso settembre, a sessantadue anni, e mi dicono che ha sorriso pure in faccia al cancro.

Many rocks on

Many rocks on

Spacchiamo l’ombelico in quattro 7 dicembre 2008

Posted by chiaradavinci in egolalia, lector in fabula, meravigliose creature, traduzione.
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Chi decide di chiamare il suo blog egolalìa ha poi tutto il diritto di parlare di sé e delle proprie creature. In genere parlo della mia (per ora unica) creatura di ciccia, più di rado di quelle di carta. Oggi voglio affrontare l’argomento come ci si sente a tradurre un best seller.

L’ho già scritto più volte (anche qui, per dire), finora l’unico romanzo che ho tradotto, e non ho neppure fatto tutto da sola, è Eclipse, il terzo volume della saga di Twilight, sì, quello dei vampiri e i lupi mannari che se le danno di santa ragione, quello del film con tutta quella gente con quei visucci che fanno paura, bianchi come cenci, quello. Tradurre un libro del genere è come camminare sui carboni ardenti, perché non si sa mai come reagiranno i fan scatenati (ne abbiamo parlato anche qui, per dire) però è anche una bella soddisfazione quando in giro vedi qualcuno con quel libro in mano (no, qui, di questo non abbiamo parlato).

A me è capitato di entrare nel day-hospital di un reparto oncologia e vedere due persone che leggevano quel libro lì, e ho sorriso pensando che le nostre parole forse hanno alleviato qualche pena. Poi è entrata l’infermiera, trafelata come tutte le infermiere, soprattutto nei day-hospital, ha visto i libri e si è messa a raccontare del film che aveva visto il giorno prima col fidanzato. L’aria sognante era tutta merito suo, del fidanzato, però è stato bello vederla fermarsi accanto a quei letti e magari spendere due parole in più con quei due malati proprio grazie a quel libro lì.

E mi è capitato anche di ricevere la seguente convocazione per una riunione di condominio:

“Ordine del giorno: approvazione delle tabelle millesimali
approvazione del bilancio annuale
firma delle copie di Eclipse da parte di una delle traduttrici1

O l’sms da una collega “Sono in uno scompartimento, circondata da sedicenni che leggono il libro che hai tradotto tu e parlano del film e del seguito, aiuto!”2. A me piace troppo vedere i ragazzi che leggono. Possono leggere anche Moccia, fa lo stesso, l’importante è che leggano (no, l’ultimo di Bruno Vespa no, c’è un limite a tutto). Lo dice anche uno dei miei blogger preferiti, i ragazzi non leggono più. Se magari uno ha iniziato a leggere proprio perché attratto da quel libro con quei personaggi coi visucci e poi s’è ritrovato a leggerne un altro e un altro ancora, via, allora ben vengano i visucci.

Uno dice: chissà quanti soldi avrete fatto a tradurre quel libro lì. Ah ah ah ah ah, che ridere. I soldi li ha fatti al limite l’editore e non è mai una brutta cosa se uno che pubblica libri fa un po’ di soldi (be’ non facciamo di tutta l’erba un fascio, se quello lì che possiede la casa editrice che in Italia vende di più – e non solo quella, fa bene ricordarlo – guadagnasse un po’ meno, sarebbe molto meglio). Anche perché poi quell’editore con quei soldi che guadagna vendendo il libro che hai tradotto tu ci finanzia questo, o questo, o questo e tu quando li leggi e pensi ma che bei libri, poi capisci che il tuo lavoro, in fondo, è proprio bello.

E poi grazie a quel libro coi tipi con quelle brutte cere (visucci l’avevo già scritto un po’ troppe volte) ho avuto modo di prendere parte a un gran bel progetto (no, via, il link non ce lo rimetto, tre bastano, ma no, dai… vabbè se insistete eccolo), un progetto che ha coinvolto tanti colleghi che sono anche tanti amici, un progetto che ci fa girare l’Italia, portato avanti da una pazza furiosa che se non la fermiamo va a finire che piastra anche qualche premio Nobel, pubblicato da un editore operaio che vuole cambiare l’Italia. Un progetto che mi sta molto a cuore (non s’era capito, vero?) e che noto con piacere non è piaciuto solo a me. Grazie e grazie.

Poi dice che i cerchi non si chiudono. Ho cercato unimmagine per Nabelscha, ovvero osservazione dellombelico, omfaloscopia, e mi è venuta fuori questa.

Poi dice che i cerchi non si chiudono. Ho cercato un'immagine per "Nabelschau", ovvero osservazione dell'ombelico, omfaloscopia, e mi è venuta fuori questa.

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1 che poi eravamo due traduttrici e un traduttore.

2 le ho risposto “Se ti rompono le scatole, minaccia di svelare il finale: la madre è lui con la parrucca.”