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Vai col revisionismo (è di moda) 6 febbraio 2009

Posted by chiaradavinci in egolalia, traduzione.
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Gli ultimi lavori che ho consegnato e anche uno dei prossimi che consegnerò sono delle revisioni.

Per chi non è del mestiere, spiegherò che la revisione è la rilettura di una traduzione (col testo a fronte) effettuata da un collega, per evidenziare i punti in cui non torna la logica del discorso  (per esempio – e questo è un errore che ho fatto io – se un personaggio prima mette in moto la macchina e poi sale al posto di guida), in cui il traduttore può aver frainteso il testo (una volta ho fatto scivolare un grosso verme sul piede di un medico forense e se il revisore non mi avesse fatto notare che c’era scritto Form – la tall form dell’assassino – invece di Worm non mi sarei nemmeno chiesta perché poi questo verme si alzava in piedi in tutta la sua altezza) o in cui il linguaggio non è proprio dei migliori (i famosi omoteleuti che spaventano gli editori, le ripetizioni, le frasi arzigogolate, i troppi verbi modali – in italiano un optional – gli aggettivi possessivi in surplus, eccetera).

Ogni traduzione viene rivista e ciò per un traduttore competente può essere un grosso vantaggio (davvero è incredibile quante sviste si possono avere anche in un testo breve o quanti colpi ci si danno sulla fronte per non essere riusciti a trovare proprio quell’espressione ‘lì’ che si è cercata per ore), oppure una disgrazia. A me è capitato di vedermi togliere tutti i congiuntivi e i passati remoti dai dialoghi perchè ‘non fanno parlato’. Oppure di vedermi ritradurre alla lettera i giochi di parole che avevo impiegato ore a rendere in un italiano decente.

Però mi è capitato più spesso di stare dall’altra parte della barricata e di dover, munita di virtualissima penna rossa, fare le pulci al testo di qualcun altro. Certe volte è un vero piacere. Capita giusto di dare una pennellata qua, mettere un puntino sulla i là, suggerire, limare, ammorbidire, accordiare. In quei casi si impara molto. Altre volte è un supplizio, perché più che di una revisione si tratta di una riscrittura da capo, ci si perde un sacco di tempo, si viene pagati una miseria e soprattutto il nostro nome non compare da nessuna parte. Anche lì, però, si impara parecchio.

In genere gli errori di una traduzione possono essere: di battitura (una t per una r, una virgola per un punto, due virgole di seguito), terminologici (una cosa si chiama con un nome che non è il suo,  se il cacciavite a stella viene detto cacciavite a croce), di comprensione (quando, sebbene la frase sia grammaticalmente corretta, non si è capito il senso dell’originale), di resa (se si è capito il senso dell’originale ma non si è scritto in un buon italiano), di tono (per esempio se i dialoghi suonano legnosi, se l’italiano è troppo ricercato, se si fanno parlare dei contadini lombardi come un accademico della crusca oppure un accademico della crusca come un contadino lombardo, se si ‘sente’ troppo la lingua originale sotto). Poi ci sono gli errori stupidi, tipo trattare per tre pagine un fiume come se fosse una città (San Google in genere aiuta), sbagliare a copiare i nomi propri, non capire un’emerita cippa lippa del testo originale e non chiedere aiuto (al suddetto Santo, a un editor, a un collega, al budello di su’ ma’ vestito da vocabolario).

Il peggio del peggio si ha dalla combinazione e dall’intreccio continuo delle varie tipologie appena descritte. In genere in tali casi si tratta anche di traduzioni che mio marito, in inglese, definisce pair pair, ovvero alla stralettera. E in quei casi, davvero, verrebbe da chiedersi perché c’è chi continua a perpetrare questo bracciolatrocinio agricolo.

Pure il neomelodico tira parecchio...

Pure il neomelodico tira parecchio...

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Commenti»

1. al - 6 febbraio 2009

Perché non avete le semantiche ben definite(?!) e i bei(?!) teoremi per dimostrare la correttezza delle traduzioni come noi 🙂

Scherzo, abbiamo anche noi i nostri zappatori, di corso.

ndt: di corso = of course.
ndt2: di corso = come la patente dei zappatori
ndt3: ora basta zappare…

2. Lupus - 6 febbraio 2009

Ma quanto so’ simpatici ‘sti Dringssss quando “dringano”, veh? E je viene puro che ‘bbene, je viene!

3. Mammamsterdam - 8 febbraio 2009

Nun me dì gnente, sto facendo una revisione diplomatica. Quella che un cliente ha definita fatta da un traduttore non professionista e manco native speaker, mentre io e un’altra collega l’abbiamo definita semplicemente mancante di piccolissime revisioni (un paio di typo’s) e calma (un pochino di periodare legnoso 1 1-2 paragrafi).

Il problema, semplicemente, è che spesso le robe di marketing anglosassone sono (tentano) di farle belline frizzanti cretine, mentre un’azienda italiana se non è un linguaggio pomposo non ci vuole credere. insomma, secondo noi l’account italiano deve far vedere che il suo lavoro serve a qualcosa, e rompe.

E la collega non ha tempo fino a martedi, quindi chi sta a depilar tartarughe di sabato sera?

Che le revisioni dei testi tradotti bene o quasi si che son rognose.

4. farouchegrande - 9 febbraio 2009

wow. ti dispiage se ti copio il post e lo uso come traccia per una lezione sulla revisione che devo tenere fra un mesetto? io che sono dispersiva per natura non ci sarei riuscita, a sintetizzare bene come hai fatto tu…

5. dioniso - 12 febbraio 2009

Molto interessante questo post.
Scommetto che il revisore che ti ha tolto tutti i congiuntivi e i passati remoti dai dialoghi non provenisse dal centro-sud Italia.

Saluti

6. ilpaesedellemeravigliedialice - 16 febbraio 2009

Ciao simpaticissima Chiara!
Ho letto oggi il tuo (e di Federica) racconto di traduzione sul Mestiere di riflettere (mi è piaciuto tanto questo vostro modo di mescolare il serio e il facezio!)e mi ritrovo con il tuo metodo di traduzione. Anche la mia prima stesura è abbastanza caotica perché scrivo di getto!


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