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Due zampe di topo, una coda di serpente… 19 aprile 2009

Posted by chiaradavinci in supercalifragilisti, traduzione.
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Se avessi nove anni direi che il colmo per una traduttrice di storie di vampiri e maghi è finire a letto col colpo della strega. Se avessi nove anni sarei forse contenta della placche in gola che domani mi impedirebbero di andare a scuola. Averne qualcuno in più, di anni, non è che serva granché. Il colpo della strega e le placche in gola mi hanno ugualmente fatto saltare l’appuntamento con un mio caro amico, che è qui a parlare di questo.

Inghiotto agli e spero di rimettermi in piedi presto, altrimenti martedì salta pure quest’altra cosa qua.

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Marketing eventuale 17 aprile 2009

Posted by chiaradavinci in traduzione.
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Letta (testualmente) tra gli annunci in biblioteca:

LAUREATA IN LINGUE SI OFFRE PER SERVIZIO BABYSITTER, ASSISTENZA AGLI ANZIANI, RIPETIZIONI ELEMENTARI E MEDIE ED EVENTUALMENTE TRADUZIONI DA E VERSO INGLESE, FRANCESE E TEDESCO.

Eventualmente.

vampiri e congiuntivite 3 aprile 2009

Posted by chiaradavinci in traduzione.
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è appena arrivato questo:

e, sia detto da un punto di vista strettamente personale, la cosa più entusiasmante è la parte del frontespizio che dice “Tradotto da Simona Adami, Chiara Marmugi e Luca Fusari”.

ancora non ho capito in ordine siamo stati citati (di altezza? di età? di errori? di boria?), però in medio stat virtus e non mi lamento. non potrei mai lamentarmi stando in medio a quei due là, due persone che stimo, cui voglio parecchio bene e con cui è bello scannarsi per un congiuntivo, così, senza rancore.

Vai col revisionismo (è di moda) 6 febbraio 2009

Posted by chiaradavinci in egolalia, traduzione.
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Gli ultimi lavori che ho consegnato e anche uno dei prossimi che consegnerò sono delle revisioni.

Per chi non è del mestiere, spiegherò che la revisione è la rilettura di una traduzione (col testo a fronte) effettuata da un collega, per evidenziare i punti in cui non torna la logica del discorso  (per esempio – e questo è un errore che ho fatto io – se un personaggio prima mette in moto la macchina e poi sale al posto di guida), in cui il traduttore può aver frainteso il testo (una volta ho fatto scivolare un grosso verme sul piede di un medico forense e se il revisore non mi avesse fatto notare che c’era scritto Form – la tall form dell’assassino – invece di Worm non mi sarei nemmeno chiesta perché poi questo verme si alzava in piedi in tutta la sua altezza) o in cui il linguaggio non è proprio dei migliori (i famosi omoteleuti che spaventano gli editori, le ripetizioni, le frasi arzigogolate, i troppi verbi modali – in italiano un optional – gli aggettivi possessivi in surplus, eccetera).

Ogni traduzione viene rivista e ciò per un traduttore competente può essere un grosso vantaggio (davvero è incredibile quante sviste si possono avere anche in un testo breve o quanti colpi ci si danno sulla fronte per non essere riusciti a trovare proprio quell’espressione ‘lì’ che si è cercata per ore), oppure una disgrazia. A me è capitato di vedermi togliere tutti i congiuntivi e i passati remoti dai dialoghi perchè ‘non fanno parlato’. Oppure di vedermi ritradurre alla lettera i giochi di parole che avevo impiegato ore a rendere in un italiano decente.

Però mi è capitato più spesso di stare dall’altra parte della barricata e di dover, munita di virtualissima penna rossa, fare le pulci al testo di qualcun altro. Certe volte è un vero piacere. Capita giusto di dare una pennellata qua, mettere un puntino sulla i là, suggerire, limare, ammorbidire, accordiare. In quei casi si impara molto. Altre volte è un supplizio, perché più che di una revisione si tratta di una riscrittura da capo, ci si perde un sacco di tempo, si viene pagati una miseria e soprattutto il nostro nome non compare da nessuna parte. Anche lì, però, si impara parecchio.

In genere gli errori di una traduzione possono essere: di battitura (una t per una r, una virgola per un punto, due virgole di seguito), terminologici (una cosa si chiama con un nome che non è il suo,  se il cacciavite a stella viene detto cacciavite a croce), di comprensione (quando, sebbene la frase sia grammaticalmente corretta, non si è capito il senso dell’originale), di resa (se si è capito il senso dell’originale ma non si è scritto in un buon italiano), di tono (per esempio se i dialoghi suonano legnosi, se l’italiano è troppo ricercato, se si fanno parlare dei contadini lombardi come un accademico della crusca oppure un accademico della crusca come un contadino lombardo, se si ‘sente’ troppo la lingua originale sotto). Poi ci sono gli errori stupidi, tipo trattare per tre pagine un fiume come se fosse una città (San Google in genere aiuta), sbagliare a copiare i nomi propri, non capire un’emerita cippa lippa del testo originale e non chiedere aiuto (al suddetto Santo, a un editor, a un collega, al budello di su’ ma’ vestito da vocabolario).

Il peggio del peggio si ha dalla combinazione e dall’intreccio continuo delle varie tipologie appena descritte. In genere in tali casi si tratta anche di traduzioni che mio marito, in inglese, definisce pair pair, ovvero alla stralettera. E in quei casi, davvero, verrebbe da chiedersi perché c’è chi continua a perpetrare questo bracciolatrocinio agricolo.

Pure il neomelodico tira parecchio...

Pure il neomelodico tira parecchio...

PDVC, no… BLDV, no… PTCR, no… insomma, trovatelo da voi 22 gennaio 2009

Posted by chiaradavinci in lector in fabula, meravigliose creature, traduzione.
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Come dicevo dianzi (dianzi, sì, dianzi, perché noi toscani si dice codesto e dianzi, va bene?) qui, qualche settimana fa dalla Bignardi (oh, a me mi garberebbe proprio esse’ come la Bignardi, marito pisano a parte) ho scoperto Gipi.

(Oggi WordPress non mi lascia caricare i video, però se andate qui lo vedete)

Come dicevo sempre lì, mi hanno molto colpito tutti e due (no, Sofri non c’entra), l’artista Gipi e l’uomo Gipi. Dell’artista c’è poco da dire, ne ha parlato anche il Uollstrittgiurnal, è bravo, disegna da Ibra (nel senso che fa con il pennello quello che Ibra fa coi piedi, ma è più simpatico, anche se pisano), ha una rubrica fissa su Internazionale e ha vinto anche un sacco di premi. Quanto all’uomo invece si vede che è uno che ha parecchio da raccontare, uno trasparente, complicato ma vero, un gran bel tipo, che non si vergogna di quello che dice, pensa, fa, è.

Mi piacerebbe molto leggere il suo romanzo, se mi arrivasse, perché è più di un mese che l’ho ordinato ma sembra inesistente. In realtà sono proprio curiosa: sarebbe la prova tangibile del fatto che i pisani sanno scrivere. Oddio, non è che ci voglia la scienza per scrivere LMVDM, ma per un pisano è già tanto.

In rete ho trovato il suo blog e un sacco di belle interviste. Questa è quella che mi piace di più, ci sono tanti bei disegni e un paio di affermazioni che mi hanno colpito:

Molti farebbero carte false per poter accedere nel mondo del fumetto, forse perché, soprattutto in Italia, quello del fumettista è visto come un mestiere goliardico, un lavoro che non è un lavoro. […] Cosa ne pensi?
Che se si paragona a tutti quei mestieri alienanti e umilianti che ci sono in giro, questo lavoro è assolutamente un paradiso. Nel mio caso, poi, che lavoro in assoluta libertà, è un superparadiso. Naturalmente c’è da farsi il mazzo, ma è una cosa piacevole. Certo può diventare un inferno se si segue il lato oscuro, se si viene presi dalla smania di pubblicazione quando non si è ancora pronti o si sceglie questa professione per fare quattrini.

Sostituendo le parole ‘fumetto’ e ‘fumettista’ con ‘traduzione’ e ‘traduttore’, avrei potuto dirlo io.

//www.officina-creativa.net, prova che Cernobil ha fatto nascere un pisano furbo, ma uno bello cera già.

Foto tratta dal sito http://www.officina-creativa.net, prova che Cernobil avrà pur fatto nascere un pisano furbo, ma uno bello c'era già.

Spacchiamo l’ombelico in quattro 7 dicembre 2008

Posted by chiaradavinci in egolalia, lector in fabula, meravigliose creature, traduzione.
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Chi decide di chiamare il suo blog egolalìa ha poi tutto il diritto di parlare di sé e delle proprie creature. In genere parlo della mia (per ora unica) creatura di ciccia, più di rado di quelle di carta. Oggi voglio affrontare l’argomento come ci si sente a tradurre un best seller.

L’ho già scritto più volte (anche qui, per dire), finora l’unico romanzo che ho tradotto, e non ho neppure fatto tutto da sola, è Eclipse, il terzo volume della saga di Twilight, sì, quello dei vampiri e i lupi mannari che se le danno di santa ragione, quello del film con tutta quella gente con quei visucci che fanno paura, bianchi come cenci, quello. Tradurre un libro del genere è come camminare sui carboni ardenti, perché non si sa mai come reagiranno i fan scatenati (ne abbiamo parlato anche qui, per dire) però è anche una bella soddisfazione quando in giro vedi qualcuno con quel libro in mano (no, qui, di questo non abbiamo parlato).

A me è capitato di entrare nel day-hospital di un reparto oncologia e vedere due persone che leggevano quel libro lì, e ho sorriso pensando che le nostre parole forse hanno alleviato qualche pena. Poi è entrata l’infermiera, trafelata come tutte le infermiere, soprattutto nei day-hospital, ha visto i libri e si è messa a raccontare del film che aveva visto il giorno prima col fidanzato. L’aria sognante era tutta merito suo, del fidanzato, però è stato bello vederla fermarsi accanto a quei letti e magari spendere due parole in più con quei due malati proprio grazie a quel libro lì.

E mi è capitato anche di ricevere la seguente convocazione per una riunione di condominio:

“Ordine del giorno: approvazione delle tabelle millesimali
approvazione del bilancio annuale
firma delle copie di Eclipse da parte di una delle traduttrici1

O l’sms da una collega “Sono in uno scompartimento, circondata da sedicenni che leggono il libro che hai tradotto tu e parlano del film e del seguito, aiuto!”2. A me piace troppo vedere i ragazzi che leggono. Possono leggere anche Moccia, fa lo stesso, l’importante è che leggano (no, l’ultimo di Bruno Vespa no, c’è un limite a tutto). Lo dice anche uno dei miei blogger preferiti, i ragazzi non leggono più. Se magari uno ha iniziato a leggere proprio perché attratto da quel libro con quei personaggi coi visucci e poi s’è ritrovato a leggerne un altro e un altro ancora, via, allora ben vengano i visucci.

Uno dice: chissà quanti soldi avrete fatto a tradurre quel libro lì. Ah ah ah ah ah, che ridere. I soldi li ha fatti al limite l’editore e non è mai una brutta cosa se uno che pubblica libri fa un po’ di soldi (be’ non facciamo di tutta l’erba un fascio, se quello lì che possiede la casa editrice che in Italia vende di più – e non solo quella, fa bene ricordarlo – guadagnasse un po’ meno, sarebbe molto meglio). Anche perché poi quell’editore con quei soldi che guadagna vendendo il libro che hai tradotto tu ci finanzia questo, o questo, o questo e tu quando li leggi e pensi ma che bei libri, poi capisci che il tuo lavoro, in fondo, è proprio bello.

E poi grazie a quel libro coi tipi con quelle brutte cere (visucci l’avevo già scritto un po’ troppe volte) ho avuto modo di prendere parte a un gran bel progetto (no, via, il link non ce lo rimetto, tre bastano, ma no, dai… vabbè se insistete eccolo), un progetto che ha coinvolto tanti colleghi che sono anche tanti amici, un progetto che ci fa girare l’Italia, portato avanti da una pazza furiosa che se non la fermiamo va a finire che piastra anche qualche premio Nobel, pubblicato da un editore operaio che vuole cambiare l’Italia. Un progetto che mi sta molto a cuore (non s’era capito, vero?) e che noto con piacere non è piaciuto solo a me. Grazie e grazie.

Poi dice che i cerchi non si chiudono. Ho cercato unimmagine per Nabelscha, ovvero osservazione dellombelico, omfaloscopia, e mi è venuta fuori questa.

Poi dice che i cerchi non si chiudono. Ho cercato un'immagine per "Nabelschau", ovvero osservazione dell'ombelico, omfaloscopia, e mi è venuta fuori questa.

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1 che poi eravamo due traduttrici e un traduttore.

2 le ho risposto “Se ti rompono le scatole, minaccia di svelare il finale: la madre è lui con la parrucca.”

Arivadino, siori… 28 novembre 2008

Posted by chiaradavinci in lector in fabula, Maestri, traduzione.
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Ci sono uomini, mezzi uomini e quaquaraqua. E ci sono donne, mezze donne, quaquaraqua e poi gli extra Susi e (Holy)Ross, che  stasera a Torino, alla Torre di Abele in via Pietro Micca, ore 18 presentano

Siccome queste due donne è impossibile non amarle, seguitele.

Vadino, siori, vadino… 20 novembre 2008

Posted by chiaradavinci in lector in fabula, traduzione.
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Bologna è una vecchia signora che fu,  Biblioteca Ruffili, vic. Bolognetti 2 (ang. via S. Vitale) ore 18,30, presentazione di:

Intervengono i miei amici Anna e Luca, ne vale la pena.

Et voilà 13 ottobre 2008

Posted by chiaradavinci in egolalia, lector in fabula, traduzione.
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Il libro cui hanno partecipato le omfaloscopiche, il loro ghost e gran parte dei visitatori e commentatori di questo blog è in tutte le librerie.

Si intitola “Il mestiere di riflettere. Storie di traduttori e traduzioni”, è edito da Azimut, è stato curato da unatraduttrice (nonché chmp**) ed è stato scritto da Featheryca, lflf, Flores, Lapra, da Anna, Dante A. Ristori, dall’Abolendo, Holynow, Yako, da L., da chiaradavinci e da altri 10 traduttori e traduttrici. Non è un libro di saggistica, non contiene articoli per addetti ai lavori, né è un insieme di testi in cui i traduttori parlano delle proprie esperienze in generale. Si tratta in realtà di 19 storie d’amore, o meglio di 18 storie d’amore e una di disamore, tra uno o più traduttori e la loro “creatura” (che alle volte può avere la forma di un Alien, o meglio di un vampiro), raccontate con il linguaggio e i termini di una chiaccherata tra amici.

21 voci differenti parlano di 19 libri, in 19 articoli, in forme e modi diversi. Si viaggia in mondi ed epoche più o meno lontani e a leggerlo ci si diverte e si impara molto sul modo di lavorare del traduttore letterario, sul rapporto idiosincratico col revisore, con l’editor e con l’editore (a volte pure col grafico compagno dell’editore), sull’amore per il libro, la lingua straniera e soprattutto i colleghi.

Perché i traduttori letterari (e i loro compagni in sottofondo) sono parecchio, ma parecchio fichi:

E più fichi di tutti sono i traduttori-fisici-fotografi che ci hanno permesso di pubblicare questa foto (Grazie di cuore a Luisa).

Arimarchettone 10 ottobre 2008

Posted by chiaradavinci in lector in fabula, traduzione.
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Dunque, domani 11 ottobre, alle ore 14, nella sala verde del Pisa Book Festival verrà presentato “Il mestiere di riflettere. Storie di traduttori e traduzioni.

Nonostante del libro non si abbiano tracce tangibili né in rete, né in libreria, esiste. Esiste, vive e lotta con noi. E noi (ovvero Featheryca, l’abolendo Daniele Petruccioli e io) ne parleremo volentieri con tutti voi. Quindi, per favore, partecipate e intervenite. Chiedete, interrompete, salite sul palco e baciateci appassionatamente, insomma, fate un po’ qul che vi pare, a noi farà comunque piacere.

Chi abita lontano, stia tranquillo. Presto seguiranno presentazioni a Bologna, Roma, Milano, Venezia e Forlì. Si vocifera anche di una serata a tema nella tentacolare metropoli empolese.

P.S. Magari mi sbaglio, però secondo me domani qualcuno ci guarderà e saprà ancora sorridere, con quei ricci portati così, come si porta un maglione sformato su un paio di jeans.

Dep(p)rimente 5 ottobre 2008

Posted by chiaradavinci in supercalifragilisti, traduzione.
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Ho appena consegnato la traduzione di una biografia di Johnny Depp1, uno di quelli che vogliono fare i profondi, gli alternativi e i misteriosi a tutti i costi, giusto per coprire il vuoto assoluto che hanno dentro. Una via di mezzo tra Jovanotti, Claudio Santamaria e Biagio Antonacci.

Come titolo italiano ho suggerito: Il nulla montato a neve.

Johnny, caro, tu che hai affermato più volte di ispirarti a Lui, la vedi la scarpa in primo piano? Allacciala e stai zittino.

Johnny, caro, tu che hai affermato più volte di ispirarti a Lui, la vedi la scarpa in primo piano? Allacciala e zittino.


1Dal Langenscheidt-Paravia: Depp m (-en e -s,-en e -e) REGION.
1 sciocco m, sempliciotto m
2 deficiente m, idiota m

Significati e significanti 2 ottobre 2008

Posted by chiaradavinci in da vinci's family, traduzione.
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Marlonbrando ha capito la differenza tra italiano e spagnolo e, ogni volta che gli insegniamo una parola  nuova, chiede: “Y papa còmo dice?”/”E mamma come dice?”

L’ultimo giorno delle vacanze estive  ci hanno convocato per un colloquio con le nuove  educatrici.  Il nido è sempre lo stesso, ma sono cambiati compagni e maestre, perché siamo passati dal tempo breve al tempo lungo. Proprio quel giorno lui si è svegliato urlando “Mamma: cacca, peste (= puzza tremenda in spagnolo), culo” perché l’aveva fatta e voleva essere cambiato. Con tutto l’amore di una mamma, gli ho spiegato che culo in spagnolo è una parola neutra, la può usare, mentre in italiano è meglio se dice sedere. Arriviamo al nido, lui sceglie l’educatrice all’apparenza più seria e bigotta, le si siede in braccio e le spiega tutto compito: “Babbo dice culo. Capito? Culo. Mamma no, dice sedere. Babbo però sì.”

E anche questo anno scolastico comincia nel modo giusto.

Meno male che gli Svizzeri - a parte Guglielmo Tell - non hanno eroi e sono costretti a mettere De Saussure sui soldi, altrimenti chissà che foto avrei dovuto aggiungere a questo post.

Meno male che gli Svizzeri - a parte Guglielmo Tell - non hanno eroi e sono costretti a mettere De Saussure sui soldi, altrimenti chissà che foto avrei dovuto aggiungere a questo post.

Ogni promessa è debito 30 settembre 2008

Posted by chiaradavinci in egolalia, meravigliose creature, traduzione.
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Sempre meglio che la foto di quattro traduttrici disperate, riprese (male). Così si evitano anche pericolose taggature (ditemi voi cosa mi tocca scrivere taggature).

Sempre meglio che la foto di quattro traduttrici disperate, riprese (orrendamente) mentre presentano un libro virtuale. Così si evitano anche pericolose taggature (guardate cosa mi tocca scrivere: taggature).

Sono appena rientrata da Urbino, considerata città ideale e associata ai valori dell’Umanesimo. A me invece, vuoi per via del cielo plumbeo che la ricopre in settembre, vuoi per le strade deserte e fredde a qualsiasi ora, vuoi per tutta quella pietra uniforme che la rende speculare e dedalica, è sempre sembrata l’ambientazione ideale per un thriller. Quello che sto per raccontarvi.

Mi trovavo a Urbino per partecipare alla sesta edizione delle Giornate della traduzione Letteraria, organizzata da Ilide Carmignani. Per chi non lo sapesse, Ilide è, tra le mille altre cose, la traduttrice ufficiale di Luis Sepúlveda. È un po’ colpa loro se adesso esistono una davinci’s family e un marlonbrando, se faccio la traduttrice e, indirettamente, se esiste egolalia. Sarebbero tutte storie interessanti, ma oggi devo parlare d’altro.

Ho incontrato una volta Sepúlveda alla Fiera del Libro di Francoforte. Nel dedicarmi un suo libro, scrisse “No te olvides de sonreir”, ossia “Non dimenticarti di sorridere”, e aggiunse a voce “…porque lo haces de manera estupenda”. Sorvolando sul fatto che Sepúlveda è un gran figlio di buona donna e che ci prova con qualsiasi essere respirante di sesso vagamente femminile, il complimento è stato apprezzato, soprattutto  da chi fa del bicchieremezzopienismo una filosofia di vita. Quella del sorriso è una gran bella  storia,  ma per il momento la lasciamo lì.

Dicevamo che sono appena tornata dalle Giornate della Traduzione Letteraria. Non era la prima volta che partecipavo all’evento, vi avevo preso parte già nel 2005. Allora solo come uditrice,  stavolta  anche in qualità di relatrice. In entrambe le occasioni Urbino ha segnato un momento di svolta. Nel 2005 avevo appena frequentato il corso della BCLT di Norwich, dove conobbi Featheryca ed elleeffe e presi coscienza del fatto che da grande volevo fare la traduttrice letteraria. Tornata da Urbino entrai pure nel vortice-Marlonbrando (nato esattamente nove mesi e una settimana dopo), però questa è un’altra storia, e ve l’ho già raccontata un sacco di volte.

La mia seconda partecipazione alle Giornate avviene invece poco dopo l’uscita del la mia prima traduzione letteraria (ehm, letteraria, sì), in concomitanza con il lancio de “Il mestiere di riflettere. Storie di traduttori e traduzioni”, cui ho inspiegabilmente preso parte. Anche questo è un argomento da non tralasciare, ed è probabile che gli dedichi una puntata futura di Blu Notte un post a venire.

In entrambe le occasioni ho ritrovato colleghi speciali e conosciuto persone che bazzicano questo ambiente a vario titolo e che si sono rivelate all’altezza. Bella gente che mi ha fatto pensare e ridere insieme. Risate spensierate e allegre, risate riflesse e anche qualche risata thoughtful (si sente, eh, che ho appena finito di tradurre una biografia di Woody Allen?).

Siamo all’ultima sera della mia ultima permanenza a Urbino. Sto rientrando in albergo insieme alla mia compagna di stanza, che qui chiameremo Chmp**, e  a due nostre nuove amiche. Chmp** è un vulcano di idee dalle vocali larghe e dal caschetto sbarazzino ed è la responsabile unica del mio viaggio in terra marchigiana. Ci accompagnano una scrittraduttrice col naso all’insù e un’allitterante  insegnante ispanista, bionda, che non ha ben chiara la differenza tra fiori e frutti. Per le strade sampietrine di Urbino pioviggina, abbiamo solo due ombrelli e siamo costrette a stringerci un po’. Terreno scivoloso, circa mille spettatori sugli spalti. Espulso al 36′ Beccalossi. La scrittraduttrice rallenta, si sofferma, guarda me e Chmp** con aria misteriosa e annuncia: “Devo farvi una richiesta particolare…”

Il bravo noirista qui creerebbe un po’ di suspance, terrebbe tutti col fiato sospeso e poi farebbe succedere qualcosa. Siccome io sono negata, lascio che i miei lettori risolvano il giallo da soli. Qualche indizio c’è: cosa avrà mai chiesto la scrittraduttrice?

Il primo che indovinerà riceverà in premio una copia del “Mestiere di riflettere”, libro  in uscita, che verrà presentato sabato 11 ottobre al Pisa Book Festival.

Libro libera tutti 10 dicembre 2007

Posted by chiaradavinci in egolalia, omfaloscopia, supercalifragilisti, traduzione.
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Ho passato tre giorni qui

e pensavo sinceramente di rimpiangere il fatto che non avrei visto i fori – sarò sentimentale come ogni brava donna degli anni Cinquanta, ma piango ogni volta – e che mi sarei limitata a sospirare dentro a uno stand. Però lì è così, che se tu non vai in giro, è Roma che viene a cercare te.

Ho visto Diliberto fare la fila per comprare il biglietto e Ingrao girellare per gli stand chiedendo informazioni sui libri. Andrea Pinketts si è seduto al nostro tavolo a pranzo e la sua giacca mi ha bloccato la digestione. Massimo Carlotto si è fatto attendere invano, mentre una simpaticissima scrittrice croata insisteva perché traducessi il suo libro in una lingua scandinava a caso.

Ho incontrato colleghi che fino a ora esistevano solo in quanto entità virtuali. C’è chi fatto fuoco e fiamme (non solo onomastica- o calzemente), mi ha presentato gente che non conosceva nemmeno lei e mi ha obbligato a convincerli che avevano bisogno di me. C’è chi non ha detto nulla e si è limitata a sgranare gli occhioni splendidi e ad avvicinare i due indici con espressione complice. E c’è anche chi è venuto a cercarmi chiamandomi per nome e ha rischiato di non sentirsi rispondere perché io non parlo con le minorenni. Però ha insistito e ha fatto bene, ne è valsa davvero la pena.

E poi sono riapparse le vecchie conoscenze. Sia quelle che passano senza volersi far notare, ma si notano, come sempre, sia quelle che svolazzano nonostante la quartabbondante, sia quelle con qualche problema psichiatrico (non saprei definire diversamente una che va allo stand della casa editrice di un libro che ha tradotto e tesse le proprie lodi perché il libro è il più venduto della fiera, si fa le foto col libro in mano e vorrebbe anche la maglietta, il poster e la borsa gratis, cioè non la saprei definire diversamente nemmeno se fossero due) , sia quelle cui il trucco, il parrucco e qualche chiletto nei punti giusti hanno trasformato in una wu-top ancora più splendente del solito, sia quelli che hanno accettato e subìto di tutto – non solo i canonici nocchini – in virtù di non si sa cosa.

Come sempre un bell’Hellzapoppin’ di visi, sorrisi, sensazioni, anche inattesi e incredibilmente sorprendenti.

Tratuttologi o tratuttori? 28 novembre 2007

Posted by chiaradavinci in egolalia, traduzione.
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Sono talmente alla frutta che non riesco più nemmeno a mettere insieme un neologismo. Che viene fuori dall’unione di traduttore e tuttologo? Tratuttologo? Tratuttore? Resto nel dubbio e mi spiego.

(il film non c’entra nulla, ma la locandina serve a darmi un contegno intellettuale)

continua a leggere…