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un Pizarro scherzo del destino 27 febbraio 2009

Posted by chiaradavinci in egolalia, Inter (nazionale), supercalifragilisti.
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Nella mia carriera di interprete calcistica ho avuto modo di incontrare alcuni allenatori che forse il calcio non merita (penso soprattutto a Gigi Cagni, ma anche a Ralf Rangnik e Felix Magath). Con i calciatori (mi riferisco a quelli di rilevanza internazionale recente, perché in passato o in squadre non proprio di prima fascia le esperienze sono state splendide) ho avuto più sfortuna.

Uno solo si è comportato da vero e proprio Signore. Mi ha spostato cavallerescamente la sedia, mi ha presentato ai giornalisti in conferenza stampa, alla fine mi ha ringraziato pubblicamente, sempre chiamandomi per nome, e ha anche detto che il bambino che allora portavo in grembo era molto fortunato. E alla fine della partita, nonostante la sua squadra avesse perso e fosse stata eliminata, venne comunque a ringraziare il responsabile marketing della squadra ospite e l’inteprete per essere stati così gentili. Cosa che non fa mai male, è pur un gran bel ragazzo. Da ieri gli voglio ancora più bene:

Hey hey Many Many, rock and roll will never die 16 dicembre 2008

Posted by chiaradavinci in da vinci's family, Maestri.
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L’orsacchiotto preferito di Leonardo si chiama Manfred, come il signore che per anni ha diretto la sezione dell’ASL di Friburgo dedicata agli studenti (perché sì, l’ASL tedesca ha una sezione speciale per gli studenti). Ricordo la prima volta che sono entrata nel suo ufficio, fresca fresca di Erasmus, col mio Ecccentoqualcheccosa in mano e tanta paura. Un signore trai quarantacinque e i cinquanta (io avevo poco più che vent’anni, sì, era un signore) coi baffi e gli occhiali scuri mi accolse, dandomi la mano, e poi andò a preparare un caffè per tutti e due. Le pareti dell’ufficio erano tappezzate di foto di Elvis, versione anni Settanta: ciuffo, frange e scarpe di serpente (no, Laura, il brillante in pieno dente, no…). Guardando meglio mi accorsi che non era Elvis, ma il signore stesso, e mi stette già più simpatico. Tornò col caffè, guardò il mio Eccentoqualcheccosa e scosse la testa. Io provai a dirgli che anche mio padre lavorava all’Asl e che se c’era qualcosa che non andava potevamo provare a chiamarlo.  Lui scosse di nuovo la testa,  disse (con un accento del Baden-Württemberg che nemmeno Udo della Clinica della Foresta Nera): Signorina, lei crede forse che suo padre sia l’unico dipendente dell’Asl al mondo con poteri magici? Il problema glielo risolve subito Manfred, e se avrà di nuovo bisogno, mi chiami a questo numero e mi mise in mano un biglietto da visita con su, manco a dirlo, la foto di Elvis e due lustrini. Oh yeah.

Gli anni passarono, e a me questo Manfred era rimasto nel cuore, ogni tanto passavo per offrirgli un caffè, per fare due chiacchere o per portargli i soliti Eccentoqualcheccosa e fargli scuotere allegramente la testa. Nel frattempo avevo scoperto che era una specie di celebrità lì a Friburgo. Non solo era il cantante leader della celebre band Many and the teddyshakers (e adesso si capisce il perché del nome del pupazzo), ma era pure impegnatissimo con associazioni filantropiche, sempre attento ad aiutare i giovani musicisti locali, in prima linea nella lotta al razzismo e impegnato in politica. Coi verdi, che in Germania hanno delle gran palle.

Quando io e il dring andammo a vivere insieme, ce lo ritrovammo come vicino. Si fermava sempre a chiederci come stavamo, col suo sorriso a quaranta denti e l’immarcescibile accento badisch anche quando tentava di parlare spagnolo (perché lui mandava parte dello stipendio ai bambini di un orfanotrofio di Cuba, e andava spesso a trovarli, perché ich bin ein alter Sozialist, und auch etwas mehr, sozusagen…). E sempre due parole sull’Inter o sul Barça, nonché sul Freiburg e sulla fortuna che il club aveva avuto dandomi lavoro.

Quando andai a salutarlo prima di tornare definitivamente in Italia, dieci anni esatti dopo quel primo ingresso nel suo ufficio, lo vidi commosso, e ricordo che mi chiese di portargli a conoscere i nostri figli, quando sarebbero arrivati.

Noi siamo appena tornati da Friburgo, tutti insieme. Marlonbrando ha scoperto la neve, i Wurst e gli Spätzle, ma non ha potuto conoscere Manfred. Quello con le frange e il ciuffo, voglio dire, perché se n’è andato lo scorso settembre, a sessantadue anni, e mi dicono che ha sorriso pure in faccia al cancro.

Many rocks on

Many rocks on

Commensali illustri 6 novembre 2008

Posted by chiaradavinci in supercalifragilisti.
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Una sera sono stata a cena da un’amica di un’amico, gentile, colta e sobrissima esponente di una delle famiglie italiane più in vista. Noi siamo arrivati a mani vuote, un po’ imbarazzati, e siamo stati accolti con calore ed entusiasmo. La casa era elegante ma discreta, la compagnia assai gradevole, la cena ottima. Prima del dessert ho girato l’occhio e mi sono trovata accanto a un disegno di Chagall. Uno dei suoi omìni volanti. Non una serigrafia, non una stampa, un disegno che il pittore aveva fatto di suo pugno. Un pezzo di storia dell’arte vicino al mio piatto.

suppergiù

suppergiù

Il dring mi ha chiesto se non mi sono sentita a disagio a mangiare con un vicino del genere, ma io sono stata molto più a disagio quella famosa volta nella Foresta Nera. Andammo a cena dalla madre di un nostro amico, che aveva un crocifisso a grandezza naturale inclinato sul tavolo della cucina. Tu eri lì che mangiavi e avevi quel tipo sofferente che ti guardava. “Scusa se mangio, perdonami, magari faccio un pacchettino e mando tutto ai bambini poveri.” “No, signora mi dispiace, oggi non ho molta fame.”

Sturm und Dring 24 ottobre 2008

Posted by chiaradavinci in all you need is love, da vinci's family.
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Ricordo che quando arrivai al liceo ci fu una delle poche ondate ribelli degli anni Ottanta e alla prima manifestazione anti-Falcucci urlavamo “Se il sessantotto è stato niente male, l’ottantasei sarà eccezionale”. Poi l’ottantasei si è rivelato uguale all’ottantacinque, e pure l’ottantasette, l’ottantotto, l’ottantanove… A parte la ventata della Pantera (io ero impegnata con la maturità e al mio liceo se scioperavi ti chiamavano in presidenza e rischiavi la pubblica fustigazione), poi in Italia abbiamo avuto più o meno calma piatta. Insomma, sono una che è nata nel decennio sbagliato (e meno male, ricordava sempre quel sant’uomo di mio padre).

Per questo (e non solo per questo, ma ci siamo capìti) le manifestazioni studentesche di questi giorni mi sembrano una gran bella cosa. Mi auguro che non si sfoci nella violenza e spero davvero che i discorsi di Kossiga siano quelli che il Maestro chiama vagiti di vecchio, però è bello vedere che i giovani, i ragazzi, gli studenti hanno il coraggio di dire no, in Italia sembrano essere gli unici.

La cosa che più mi ha sconvolto è il fatto che anche il dring, in genere molto compito e irreprensibile, ieri è sceso in piazza. Si è allontanato per due lunghe ore dal tavolo da lavoro, ha mollato l’osso del pc, ha spento per 120 lunghi minuti il fuoco sacro della ricerca ed è andato a una manifestazione. Lui è uno di quelli che se occupano una stazione prima comprano il biglietto, e ce lo vedo mentre attacca un pippone di massimo due-tre minuti (se durasse di più poi dovrebbe stare zitto per due settimane) al vicino o mentre chiama “cretinetti” o “stupidino” il responsabile del Provveditorato agli studi. La sua sarà stata comunque una protesta molto zen e composta, ma è stata pur sempre una protesta, se ha mojado, come si dice in spagnolo, e ha dimostrato (non a me, lo so da tempo, ma al resto del mondo) che il sangue caliente degli spagnoli non è una leggenda.

Viva Marx, viva Lenin (che è l’autore della battuta sulla stazione), viva il dring-tze-tung!

Amala… 23 ottobre 2008

Posted by chiaradavinci in da vinci's family, Inter (nazionale).
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Da quando è nato marlonbrando, mi ripeto che non devo avere aspettative su di lui, che lo devo lasciar crescere libero e secondo le sue inclinazioni, senza lavaggi del cervello né strade tracciate.

Però stamani, quando ha fatto una rabbietta perché voleva in tutti i modi andare all’asilo con la maglia dell’Inter, ho pensato a mio padre e mi sono venute le lacrime agli occhi.

mio nonno ne aveva una uguale e ci teneva una foto mia e una di Benito Lorenzi

Regina di cuori 8 luglio 2008

Posted by chiaradavinci in da vinci's family, egolalia.
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Quando ero piccola, se mi chiedevano cosa volevo fare da grande, rispondevo la regina. La regina e il presidente dell’Inter, due ruoli che a me allora sembravano pressoché inscindibili. Tutti obiettavano: “Vorrai dire la principessa?” E io: “No, proprio la regina, perché dà gli ordini”. Ero figlia unica, allora ancora la più piccola dei nipoti, dovevo ubbidire sempre e comunque a tutti quanti, e il mio sogno era quello di comandare poco poco, senza angherie (sarei stata comunque una regina democratica e buonissima) e senza fare troppi danni.

Nel crescere ho capito che per fare la regina, non avendo una discendenza reale, avrei dovuto sposare un principe e mi sono messa a cercarlo. Quando ho trovato il mio principe blaugrana, senza corona e senza scorta, ho accettato anche che non avesse un regno, perché al cuore non si comanda, però ho continuato a sognare di avere un pianetino minuscolo, insignificante e scialbo tutto per me.

Stanotte ho sognato che ero la regina di un universo parallelo, quello in cui finiscono i calzini che escono spaiati dalla lavatrice. Se avete bisogno, fate un fischio.

Tranquillos! 22 giugno 2008

Posted by chiaradavinci in all you need is love, da vinci's family.
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Messaggio ai naviganti preoccupati per la stabilità familiare da vinci: né a me, né al dring è mai fregato nulla delle rispettive nazionali, quindi né a las cinco de la tarde, né più tardi si assisterà a eventi tragici sul nostro divano del salotto.

Siamo sopravvissuti a un Barça-Inter di Champions finito 3-0 e lui era più abbacchiato di me. Lì capii che era vero amore.

Persone famose turchesi 17 marzo 2008

Posted by chiaradavinci in Senza categoria.
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Quando ero piccola associavo sempre le persone e le cose e ai colori. Mio padre era azzurro morbido, a volte un po’ rosso, la mia compagna di banco verde stinto, mia nonna materna fucsia, un mio prozio arancione. Verde era la scuola, rosso lo sport, gialla l’estate e rosa la strada da scuola a casa. Al liceo ho iniziato ad associare i colori con gli argomenti trattati in classe e a colorare di conseguenza gli appunti sui filosofi o gli scrittori appartenenti a una determinata corrente di pensiero. I razionalisti erano blu, i naturalisti verdi, rosa i romantici, rossi solo Marx e Hegel, arancioni gli incategorizzabili che mi piacevano, gialli gli scettici, viola tutti gli altri.

Perciò non mi stupisce che ci sia gente che in Google digita “persone famose turchesi”.

Chi sono le persone famose turchesi? Il turchese dà l’idea di trasparenza e di infinito. Inoltre spinge alla meditazione e alla calma, invita all’ascolto e all’equilibrio. È un colore freddo, ma che difficilmente dispiace. Andrea Pinketts in uno dei suoi romanzi più riusciti lo associa alla morte. Va bene, ma chi sono queste persone famose turchesi?

Direi che De Andrè è più turchese di Guccini, e che Mario Corso è più turchese di Tarcisio Burnich. Wojtila era senza dubbio più turchese di Razinger, e Madama Butterfly lo è più di Tosca. Alice nel paese delle meraviglie è più turchese di Cenerentola e Descartes di Wittgenstein, ma siamo lì.

Forse, più banalmente, a cercare “persone famose turchesi” è uno studente di italiano alle prime armi, come quella mia amica tedesca che mi raccontò che nel paesino del nord della Germania in cui è cresciuta si mangiava un dolce detto “miele turchese”. Ho fantasticato per mesi su questo dessert colorato, lo immaginavo più saporito dei nostri, più aromatico, non so perché morbido e freddo. Fino a che, stremata dalle mie domande, me l’ha portato. Era del banalissimo torrone, importato dalla Turchia. Da turco a turchese il passo è breve, e forse i malcapitati googlatori anonimi cercavano questo:

Ridere, ridere, ridere ancora… 20 dicembre 2007

Posted by chiaradavinci in all you need is love, da vinci's family.
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Dopo averci di nuovo imbacillato a dovere, la belva stamattina ha pensato bene di svegliarsi alle 5,30. Siccome siamo una famiglia molto unita, alle 5,40 eravamo tutti in salotto a cantare “oh oh cavallo, oh oh cavallo oh oh”, canzone che è ultimamente in testa alla personale hit parade marlonbrandesca (ha appena scalzato Il flauto magico di Mozart e We are living in America dei Rammstein).
Samarcanda
(Se qualcuno volesse esercitarsi e passare da casa nostra al prossimo risveglio notturno)

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Di dei e di addii 18 ottobre 2007

Posted by chiaradavinci in egolalia, Maestri, metablog, scanzonamenti.
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Sto scoprendo pian piano il piacere di trasformare un commento mio su altri blog o il commento di altre persone qui su Egolalia in un post a sé stante. Mi crogiolo nell’approfondire le riflessioni altrui, anche se poi il discorso prende in genere tutta un’altra piega. Tanto oramai credo di essere campionessa mondiale di salto di palo in frasca.

Con nandina ieri ci siamo lasciate andare a nostalgie da Gerovital, a commenti da fanatiche di un avvinazzato in là con gli anni, e da allora non mi tolgo dalla testa il verso di Farewell Angelina di Bob Dylan: “The triangle tingles and the trumpet plays slow”. È un omaggio di Guccini alla moglie Angela, la madre di Teresa-Culodritto, da cui si era appena separato quando ha scritto la sua Farewell (1994).

Addio Dylen...

(dopo questa foto, io ho detto addio a Robert Zimmermann)

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Also sprach Carlathustra 30 settembre 2007

Posted by chiaradavinci in da vinci's family, Inter (nazionale).
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Ieri ho tremato. Mia madre era a Roma per un congresso e quando le ho detto che anche l’Inter giocava a Roma, mi ha risposto: “Ah, si vince facile.” Ho tremato davvero.

Mia madre è un personaggio molto sui generis, ne ho già parlato qui e qui. Non capisce nulla di calcio, è campionessa mondiale di sfrangimento di coglioni e ha al suo attivo varie affermazioni che hanno fatto storia. Per questo io e mio padre non la portavamo mai allo stadio. Una volta, però, l’Inter giocava in Coppa Campioni contro una squadra tedesca, nella quale militava un ex-calciatore dell’Empoli che consideriamo un membro della nostra famiglia. Lui ci dette tre biglietti e fummo costretti a fare un’eccezione. All’andata avevamo stravinto, quella partita doveva essere una passeggiata e ce la siamo portata dietro quasi volentieri. Era dicembre, il giorno dopo era pure festivo, e lei venne a San Siro con la pelliccia, i capelli laccati e la borsa di coccodrillo. Si era travestita da sciura milanese. Peccato che fossimo nel settore riservato ai tifosi tedeschi, con cui lei chiacchierò comunque amabilmente, anche se non so in che lingua.

Dopo i tributi della curva Nord a un ex-simbolo nerazzurro tornato in patria – qui i veri tifosi hanno già capito dove andremo a parare – la partita iniziò, ed era chiaro che Trapattoni non voleva andare all’arrembaggio.1 L’Inter traccheggiava e gli avversari sembravano rassegnati. Al 29’ del primo tempo Carlathustra disse, agitando la borsetta di coccodrillo: “Uffa, se non fanno almeno un gol non mi diverto.”

Quella partita era Inter-Bayern Monaco, del 7 dicembre 1989. Il Bayern segnò al 30’, al 33’ e al 37’. Tre gol in sette minuti e addio Coppa. Si dette la colpa al Trap, che non seppe sostituire in tempo Brehme infortunato, e da capro espiatorio funse tale Pasquale Rocco – entrato in campo al posto del tedesco – che concluse lì la sua carriera da professionista. Ma la vera responsabile era lei. E rischiò veramente di finire in campo, dal secondo anello, insieme alla pelliccia e alla borsetta di coccodrillo.

Per questo ieri ho tremato. Però l’Inter ha vinto facile davvero. E io ho capito che dio c’è, è bellissimo e parla portoghese.

p.s. fino a poco tempo fa ero convinta che parlasse romagnolo, ma è ingrassato troppo.


1Certo, nell’Inter mica giocavano Strùunz e Meemètte.

De supereroibus 29 settembre 2007

Posted by chiaradavinci in supercalifragilisti.
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Approfitto della calma del fine settimana per abbassare un po’ i toni da blog intellettual-figo-radical-quiche e parlo di televisione. Premetto che da un paio di anni a questa parte non l’accendo quasi mai, e se lo faccio è per guardare qualche partita, qualche film (secondo il dring, comunque, sempre troppo impegnato, di quelli in cui si parla, si parla e non succede nulla), i nuovi episodi di CSI, quelli vecchi di Friends e Una mamma per amica o i tg di ARD, Television Española o di Sky. L’abbonamento alla tv di Murdoch è stato uno dei più bei regali che mi ha fatto mia madre e non la ringrazierò mai abbastanza. Dal primo ottobre la mia gratitudine salirà a livelli inauditi, perché SkyShow (canale 116) ritrasmetterà una serie che mi ha cambiato la vita. A costo di creare un incidente diplomatico in famiglia (il dring si sente Spiderman, se mi fa arrabbiare rischia di veder qui pubblicata una foto molto compromettente) dal lunedì al venerdì alle 15 non mi perderò nemmeno una puntata di

 

 

Come non si fa ad amare un mondo dove questo buono combatte con questo cattivo, gli dà questi pugni e regala perle di saggezza quali il motto dei boyscout?

 

Quasi quasi vendo il maggiolone e mi compro la batmobile.

Richiesta d’asilo 11 settembre 2007

Posted by chiaradavinci in Senza categoria.
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Domani marlonbrando inizierà ad andare all’asilo nido. È un posto bellissimo, moderno, a misura di bambino, con tanto verde, tanti giochi educativi e persino una fornitissima biblioteca.

Io non ho il minimo dubbio, si divertirà un sacco e imparerà tante belle cose. Soprattutto gli farà bene capire che non è tutto suo (non è ancora uscito dalla fase Robin Hood, sembra aver ereditato la megaleghia della madre) e scoprirà a sue spese cosa vuol dire condividere.

A riguardo ricordo il mio primo giorno d’asilo. Avevo due anni e mio padre la sera prima mi prese da una parte. “Chiara, ora sei grande, e anche se a casa sei l’unica bambina, a scuola ce ne sono tanti altri e dovrai imparare il significato di parole come condivisione e solidarietà. Ricorda: quel che è mio è tuo, quel che tuo è mio.” Mio nonno materno, che non aveva le stesse visioni gandhoberlingueriane dei miei genitori, commentò: “Ma la mandate all’asilo Karl Marx o direttamente in un kovchoz?”.

Il giorno dopo dimostrai di aver appreso la lezione di mio padre, ma a modo mio. Arraffai più giochi possibile, poi alzai la mano (ero stronza, ma educata) e dissi: “Allora bambini, la regola è quel che è tuo, è mio, ma quel che è mio è mio, e guai a chi lo tocca.

Speriamo che abbia preso dal padre.