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Epifania 22 giugno 2009

Posted by chiaradavinci in egolalia, lector in fabula.
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Lultimo libro di Morozzi che mi resta da leggere. Se non si sbriga a pubblicare qualche altra cosa mi faccio chiamare Raul.

L'ultimo libro di Morozzi che mi resta da leggere. Sniff.

Leggendo questo libro ho capito che non si può diventare grandi scrittori se si è fan di Guccini e groupie di Wolf Biermann.

Però è divertente.

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Altro libro, altro regalo. 26 gennaio 2009

Posted by chiaradavinci in egolalia, lector in fabula.
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In realtà è un prestito, ma si è trattato ugualmente di una bella sorpresa.

A Capodanno dovevo andare al cinema con una coppia di amici – inciso non necessario, ma mi fa piacere dirlo: due persone splendide. Volevamo vedere l’ultimo film di Salvatores, ma è andata che abbiamo girovagato come sedicenni per poi finire a casa loro a mangiare sushi e a brindare insieme a Winnie The Pooh. La serata è stata molto piacevole, però mi è rimasta la voglia di scoprire qualcosa di più di Filippo Timi, così la mia ospite ha tirato fuori da un cilindro virtuale questo:

Tuttalpiù muoio, Fandango libri.

Filippo Timi e Edoardo ALbinati: "Tutt'alpiù muoio", Fandango libri.

Avevo visto e sentito anche lui dalla Bignardi, però, credo fondamentalmente a causa del suo accento perugino  –  per ragioni a me chiare ma non divulgabili, mi fa tutt’altro che simpatia – non mi aveva conquistato più di tanto (sempre per inciso, Gipi aveva l’accento pisano, ma mi ha fatto ugualmente un gran bell’effetto).

Dopo aver letto il libro resto dell’idea che non vorrei essere sua amica, però ritengo che sia una persona degna di rispetto.  Timi è mezzo cieco, balbuziente, a rischio epilessia, omosessuale, lui dice anche affetto da sindrome di Pollyanna e questo già basterebbe a catalogarlo come vittima. Inoltre è cresciuto in un paesino umbro (per me poteva essere anche lombardo, siciliano, laziale, toscano, il problema sta nell’ -ino più che nella specificazione geografica), in cui tutti conoscevano tutti, tutti giudicavano tutti, tutti si sentivano sollevati nell’avere come vicino una vittima designata come lui.  Ecco,  la morale della favola sembra già segnata: grazie all’impegno, alla dedizione e alla  forza  di volontà il nostro eroe sconfigge il male e le maldicenze e diventa un attore bello, bravo e rispettato da tutti.

Eh no, la fine è quella (anche se nel libro non ne parla, culminando invece in un finale onirico e da volemosebbene, carico di un’ironia vergognosa e sconvolgente), ma è il mezzo che è diverso.  Lui è diventato quel che è reagendo al clima vittimistico con estrema arroganza e violenza, ritagliandosi il ruolo del cattivo, del buffone e del volgare per forza e traendo da da ciò l’energia necessaria a crescere. Non è Pollyanna che troverebbe il bello anche in chi vuole dipingerlo come uno storpio, ma tutto il contrario, ed è questa la sua forza.

E’ un libro carnale, violento, istintivo, anche un po’ bestiale. Un libro che per certi versi potrebbe sembrare l’ennesima scimmiottatura (ronf… zzz…) di Borroughs, però i due finali (quello vero e quello fittizio) lo rivalutano.

L’ho sentito dire che i libri successivi sono diversi, più intimistici, meno esibizionisti e che questo gli è servito da terapia. Coi prossimi lo attendo al varco, ma questo mi è piaciuto proprio.

Sfrush 23 gennaio 2009

Posted by chiaradavinci in lector in fabula, meravigliose creature.
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Per colpa di Gipi stamani mi sono svegliata con le borse sotto gli occhi e lo sbadiglio arrugginito.

L’ho letto tutto d’un fiato e quando ho spento la luce ci ho messo un po’ ad addormentarmi. LMVDM è allo stesso tempo un pugno e una carezza (ecco, l’inversione l’ho messa perché Celentano basta). Un libro scribacchiato a mano, fatto di immagini volutamente semplici e bellissime, perché il signor Pacinotti non vuole stupirci con effetti speciali, ma giusto con due righe stortignaccole che di speciale hanno molto di più. Perché virtù luce anche in disadornissimo ammanto, se luce davvero.

Ora, non so se le cose che racconta sono reali, se è proprio la sua autobiografia, però le racconta bene e le mette insieme bene e le fa anche finire bene, ed è tutto un male, male, male accanto a un bene, bene, bene, com’è la vita vera. Voglio dire, non so se le cose sono andate davvero così come le racconta, però sono certa che lì dentro c’è lui. Lui senza protezioni, senza mediazioni ma non improvvisato, indifeso ma non esibizionista.

E’ un libro a zig zag. Si va un po’ di qui, si passa di là, si ritorna di qua, di su e di giù. Gipi butta lì una cosa, se ne va, e poi torna a prenderla e a modo suo la spiega, alla faccia dell’asimmetrico e dell’aguzzo di questo ragazzo dalla faccia aguzza e asimmetrica.

Racconta di un mancato stupro a due passi, di un quasi-suicidio, di problemi di droga e di erezione, di amori mancati, di amici che vanno e vengono, di cose non dette ritirate fuori dopo tanto, di adolescenti pisani (sdoganatissimi, quasi quasi chiedo la cittadinanza). Racconta tutto con una semplicità e una naturalezza che disarmano, con una sincerità che fa quasi tenerezza e che – se uno ha visto l’intervista di Miss (precisazione antipecoreccia: è una I quella tra la P e la S) Pissera Bignardi – è impossibile non prendere sul serio. Ecco, questo sì, il libro è serio. Bello e serio, anche se ogni tanto fa ridere. Serio e non pesante, serio in bianco e nero, serio ogni tanto a colori.

Colorate, dettagliate e per certi versi più realistiche sono le tavole extra. La storia dei pirati che su una nave trovano un solo superstite, magro magro, col nasone e le orecchie a sventola (o chi sarà mai? Pippo Baudo? Franco Battiato? Pippo Franco?) e gli chiedono di raccontare storie d’amore, perché loro le donne non le vedono mai. Però lui non ce la fa a raccontarle e per punizione lo abbandonano su un’isola sperduta. Su quell’isola succede un po’ di male e un po’  più di bene e alla fine si giunge alla conclusione che uno è felice se capisce cosa vuole ed è capace di esprimerlo. Come gli indigeni dell’isola. Loro dicono solo “sfrush”, parola che vuol dire tutto, ma il suo significato dipende dal sentimento di chi la pronuncia. “E’ un linguaggio onesto”, almeno lui.

Se non si fosse capito, m’è garbato tanto e ora vo a dipingere Garibaldi di blu. Sfrush.

PDVC, no… BLDV, no… PTCR, no… insomma, trovatelo da voi 22 gennaio 2009

Posted by chiaradavinci in lector in fabula, meravigliose creature, traduzione.
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Come dicevo dianzi (dianzi, sì, dianzi, perché noi toscani si dice codesto e dianzi, va bene?) qui, qualche settimana fa dalla Bignardi (oh, a me mi garberebbe proprio esse’ come la Bignardi, marito pisano a parte) ho scoperto Gipi.

(Oggi WordPress non mi lascia caricare i video, però se andate qui lo vedete)

Come dicevo sempre lì, mi hanno molto colpito tutti e due (no, Sofri non c’entra), l’artista Gipi e l’uomo Gipi. Dell’artista c’è poco da dire, ne ha parlato anche il Uollstrittgiurnal, è bravo, disegna da Ibra (nel senso che fa con il pennello quello che Ibra fa coi piedi, ma è più simpatico, anche se pisano), ha una rubrica fissa su Internazionale e ha vinto anche un sacco di premi. Quanto all’uomo invece si vede che è uno che ha parecchio da raccontare, uno trasparente, complicato ma vero, un gran bel tipo, che non si vergogna di quello che dice, pensa, fa, è.

Mi piacerebbe molto leggere il suo romanzo, se mi arrivasse, perché è più di un mese che l’ho ordinato ma sembra inesistente. In realtà sono proprio curiosa: sarebbe la prova tangibile del fatto che i pisani sanno scrivere. Oddio, non è che ci voglia la scienza per scrivere LMVDM, ma per un pisano è già tanto.

In rete ho trovato il suo blog e un sacco di belle interviste. Questa è quella che mi piace di più, ci sono tanti bei disegni e un paio di affermazioni che mi hanno colpito:

Molti farebbero carte false per poter accedere nel mondo del fumetto, forse perché, soprattutto in Italia, quello del fumettista è visto come un mestiere goliardico, un lavoro che non è un lavoro. […] Cosa ne pensi?
Che se si paragona a tutti quei mestieri alienanti e umilianti che ci sono in giro, questo lavoro è assolutamente un paradiso. Nel mio caso, poi, che lavoro in assoluta libertà, è un superparadiso. Naturalmente c’è da farsi il mazzo, ma è una cosa piacevole. Certo può diventare un inferno se si segue il lato oscuro, se si viene presi dalla smania di pubblicazione quando non si è ancora pronti o si sceglie questa professione per fare quattrini.

Sostituendo le parole ‘fumetto’ e ‘fumettista’ con ‘traduzione’ e ‘traduttore’, avrei potuto dirlo io.

//www.officina-creativa.net, prova che Cernobil ha fatto nascere un pisano furbo, ma uno bello cera già.

Foto tratta dal sito http://www.officina-creativa.net, prova che Cernobil avrà pur fatto nascere un pisano furbo, ma uno bello c'era già.

Spacchiamo l’ombelico in quattro 7 dicembre 2008

Posted by chiaradavinci in egolalia, lector in fabula, meravigliose creature, traduzione.
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Chi decide di chiamare il suo blog egolalìa ha poi tutto il diritto di parlare di sé e delle proprie creature. In genere parlo della mia (per ora unica) creatura di ciccia, più di rado di quelle di carta. Oggi voglio affrontare l’argomento come ci si sente a tradurre un best seller.

L’ho già scritto più volte (anche qui, per dire), finora l’unico romanzo che ho tradotto, e non ho neppure fatto tutto da sola, è Eclipse, il terzo volume della saga di Twilight, sì, quello dei vampiri e i lupi mannari che se le danno di santa ragione, quello del film con tutta quella gente con quei visucci che fanno paura, bianchi come cenci, quello. Tradurre un libro del genere è come camminare sui carboni ardenti, perché non si sa mai come reagiranno i fan scatenati (ne abbiamo parlato anche qui, per dire) però è anche una bella soddisfazione quando in giro vedi qualcuno con quel libro in mano (no, qui, di questo non abbiamo parlato).

A me è capitato di entrare nel day-hospital di un reparto oncologia e vedere due persone che leggevano quel libro lì, e ho sorriso pensando che le nostre parole forse hanno alleviato qualche pena. Poi è entrata l’infermiera, trafelata come tutte le infermiere, soprattutto nei day-hospital, ha visto i libri e si è messa a raccontare del film che aveva visto il giorno prima col fidanzato. L’aria sognante era tutta merito suo, del fidanzato, però è stato bello vederla fermarsi accanto a quei letti e magari spendere due parole in più con quei due malati proprio grazie a quel libro lì.

E mi è capitato anche di ricevere la seguente convocazione per una riunione di condominio:

“Ordine del giorno: approvazione delle tabelle millesimali
approvazione del bilancio annuale
firma delle copie di Eclipse da parte di una delle traduttrici1

O l’sms da una collega “Sono in uno scompartimento, circondata da sedicenni che leggono il libro che hai tradotto tu e parlano del film e del seguito, aiuto!”2. A me piace troppo vedere i ragazzi che leggono. Possono leggere anche Moccia, fa lo stesso, l’importante è che leggano (no, l’ultimo di Bruno Vespa no, c’è un limite a tutto). Lo dice anche uno dei miei blogger preferiti, i ragazzi non leggono più. Se magari uno ha iniziato a leggere proprio perché attratto da quel libro con quei personaggi coi visucci e poi s’è ritrovato a leggerne un altro e un altro ancora, via, allora ben vengano i visucci.

Uno dice: chissà quanti soldi avrete fatto a tradurre quel libro lì. Ah ah ah ah ah, che ridere. I soldi li ha fatti al limite l’editore e non è mai una brutta cosa se uno che pubblica libri fa un po’ di soldi (be’ non facciamo di tutta l’erba un fascio, se quello lì che possiede la casa editrice che in Italia vende di più – e non solo quella, fa bene ricordarlo – guadagnasse un po’ meno, sarebbe molto meglio). Anche perché poi quell’editore con quei soldi che guadagna vendendo il libro che hai tradotto tu ci finanzia questo, o questo, o questo e tu quando li leggi e pensi ma che bei libri, poi capisci che il tuo lavoro, in fondo, è proprio bello.

E poi grazie a quel libro coi tipi con quelle brutte cere (visucci l’avevo già scritto un po’ troppe volte) ho avuto modo di prendere parte a un gran bel progetto (no, via, il link non ce lo rimetto, tre bastano, ma no, dai… vabbè se insistete eccolo), un progetto che ha coinvolto tanti colleghi che sono anche tanti amici, un progetto che ci fa girare l’Italia, portato avanti da una pazza furiosa che se non la fermiamo va a finire che piastra anche qualche premio Nobel, pubblicato da un editore operaio che vuole cambiare l’Italia. Un progetto che mi sta molto a cuore (non s’era capito, vero?) e che noto con piacere non è piaciuto solo a me. Grazie e grazie.

Poi dice che i cerchi non si chiudono. Ho cercato unimmagine per Nabelscha, ovvero osservazione dellombelico, omfaloscopia, e mi è venuta fuori questa.

Poi dice che i cerchi non si chiudono. Ho cercato un'immagine per "Nabelschau", ovvero osservazione dell'ombelico, omfaloscopia, e mi è venuta fuori questa.

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1 che poi eravamo due traduttrici e un traduttore.

2 le ho risposto “Se ti rompono le scatole, minaccia di svelare il finale: la madre è lui con la parrucca.”

Arivadino, siori… 28 novembre 2008

Posted by chiaradavinci in lector in fabula, Maestri, traduzione.
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Ci sono uomini, mezzi uomini e quaquaraqua. E ci sono donne, mezze donne, quaquaraqua e poi gli extra Susi e (Holy)Ross, che  stasera a Torino, alla Torre di Abele in via Pietro Micca, ore 18 presentano

Siccome queste due donne è impossibile non amarle, seguitele.

Vadino, siori, vadino… 20 novembre 2008

Posted by chiaradavinci in lector in fabula, traduzione.
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Bologna è una vecchia signora che fu,  Biblioteca Ruffili, vic. Bolognetti 2 (ang. via S. Vitale) ore 18,30, presentazione di:

Intervengono i miei amici Anna e Luca, ne vale la pena.

Et voilà 13 ottobre 2008

Posted by chiaradavinci in egolalia, lector in fabula, traduzione.
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Il libro cui hanno partecipato le omfaloscopiche, il loro ghost e gran parte dei visitatori e commentatori di questo blog è in tutte le librerie.

Si intitola “Il mestiere di riflettere. Storie di traduttori e traduzioni”, è edito da Azimut, è stato curato da unatraduttrice (nonché chmp**) ed è stato scritto da Featheryca, lflf, Flores, Lapra, da Anna, Dante A. Ristori, dall’Abolendo, Holynow, Yako, da L., da chiaradavinci e da altri 10 traduttori e traduttrici. Non è un libro di saggistica, non contiene articoli per addetti ai lavori, né è un insieme di testi in cui i traduttori parlano delle proprie esperienze in generale. Si tratta in realtà di 19 storie d’amore, o meglio di 18 storie d’amore e una di disamore, tra uno o più traduttori e la loro “creatura” (che alle volte può avere la forma di un Alien, o meglio di un vampiro), raccontate con il linguaggio e i termini di una chiaccherata tra amici.

21 voci differenti parlano di 19 libri, in 19 articoli, in forme e modi diversi. Si viaggia in mondi ed epoche più o meno lontani e a leggerlo ci si diverte e si impara molto sul modo di lavorare del traduttore letterario, sul rapporto idiosincratico col revisore, con l’editor e con l’editore (a volte pure col grafico compagno dell’editore), sull’amore per il libro, la lingua straniera e soprattutto i colleghi.

Perché i traduttori letterari (e i loro compagni in sottofondo) sono parecchio, ma parecchio fichi:

E più fichi di tutti sono i traduttori-fisici-fotografi che ci hanno permesso di pubblicare questa foto (Grazie di cuore a Luisa).

Arimarchettone 10 ottobre 2008

Posted by chiaradavinci in lector in fabula, traduzione.
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Dunque, domani 11 ottobre, alle ore 14, nella sala verde del Pisa Book Festival verrà presentato “Il mestiere di riflettere. Storie di traduttori e traduzioni.

Nonostante del libro non si abbiano tracce tangibili né in rete, né in libreria, esiste. Esiste, vive e lotta con noi. E noi (ovvero Featheryca, l’abolendo Daniele Petruccioli e io) ne parleremo volentieri con tutti voi. Quindi, per favore, partecipate e intervenite. Chiedete, interrompete, salite sul palco e baciateci appassionatamente, insomma, fate un po’ qul che vi pare, a noi farà comunque piacere.

Chi abita lontano, stia tranquillo. Presto seguiranno presentazioni a Bologna, Roma, Milano, Venezia e Forlì. Si vocifera anche di una serata a tema nella tentacolare metropoli empolese.

P.S. Magari mi sbaglio, però secondo me domani qualcuno ci guarderà e saprà ancora sorridere, con quei ricci portati così, come si porta un maglione sformato su un paio di jeans.

La badante di Carlotto 15 luglio 2008

Posted by chiaradavinci in egolalia, lector in fabula, supercalifragilisti.
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Sono stati giorni un po’ convulsi, con la vita a sgomitare per avere il sopravvento su tanta letteratura, scrittori più o meno affermati, pazzi geniali e varia umanità.

Ho deciso che il mio primo romanzo si intitolerà “La badante di Carlotto” e avrà come protagonista una madre di famiglia catapultata in mezzo a un nascente festival letterario di una cittadina di provincia, organizzato da donne in gamba e purtroppo ancora troppo poco frequentato. Ci saranno accuse mendaci di giovanilismo, imitazioni di Guccini alticcio, porci e Uomiragni, mamme orgogliose, oncologhe bellissime in seconda fila,  informatici con lo zaino ed eccelsi scrittori attempati e colpevolmente astemi a sghignazzare. E poi intellettuali con la coda di cavallo innamorati di sé e commessi-scrittori che dormono sulle panchine, pronti a copiarsi i titoli a vicenda.  Infine involontarie battute pecorecce su gatti, topi e uccelli.

Il finale sarà aperto, e forse troverà una risposta all’annosa questione su com’è possibile che un latitante biondo, alto 1,90, dai penetranti occhi verdi e dalla bellezza sconvolgente sia riuscito a passare inosservato per diversi anni a Città del Messico.

Abbiamo già venduto i diritti a una nota casa cinematografica: qui e qui un’anteprima di alcune scene.

Tra la via Emilia e la via Emilia 13 giugno 2008

Posted by chiaradavinci in Internazionale, lector in fabula, metablog, scanzonamenti.
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Ho appena finito di leggere un altro libro di Morozzi e ho iniziato giusto giusto quello di Nori. Il problema del Morozzi è che è del Bologna, e non si può scrivere un romanzo russo su un tifoso del Bologna, non va bene. E se sei tifoso del Bologna poi va che ci metti dentro una partita dell’Inter che l’Inter non ha mai giocato, al romanzo che non sarà mai russo. Mentre il problema del Nori è che scrive in un modo che ti si appiccica addosso e finisci per scrivere anche tu, come il Nori.

Però sono due gran signori scrittori. Non c’è nulla da dire, oh, scrivono bene. E scrivono bene che tu lo capisci, che scrivono bene. E scrivono bene che tu capisci anche quello che scrivono. E ti viene subito voglia di comprarne e leggerne un altro, di romanzi loro. Ora qui non sto a tirare fuori il discorso delle ciliegie, però ci starebbe bene.

Ecco, sono tutti e due dell’Emilia Romagna, uno di Bologna (nel suo caso è anche un po’ un limite, ma fa niente) e l’altro di Parma. Che il Parma è pure una squadra simpatica, gemellata con l’Empoli da sempre, e andrebbe pure bene per questo, ma a lui sembra che del calcio non gliene frega nulla. Però ero partita col dire che sono tutti e due dell’Emilia Romagna e questa è una bella cosa. E se li metti accanto ai cantanti che sono dell’Emilia Romagna, che so Guccini giusto per citarne uno, o Ligabue, i Modena City Ramblers, Pierangelo Bertoli, che lui non lo rammenta mai nessuno ma era uno parecchio ganzo, i Nomadi, ma sì dai mettiamoci pure loro, e non dimentichiamoci di Gianni Morandi (perché il Morozzi l’ha scritto un libro sui cantanti dell’Emilia, ma Morandi mica ce l’ha messo, e ha fatto male). Se li metti accanto a tutti questi e pensi che sono nati tutti in Emilia Romagna, e che in Emilia Romagna sono nati pure il Nori e il Morozzi, giusto per citare solo due degli scrittori di quelle parti, che non ne cito altri sennò me ne dimentico qualcuno e quello si offende. Se pensi che in Emilia Romagna sono nati tutti questi qua, capisci che in fondo sessant’anni di amministrazioni di sinistra sono pur servite a qualcosa.

Che se un giorno nascono un Morozzi, due Nori, tre Bertoli e due Morandi in Veneto (no, un altro Guccini non nasce mica, nemmeno in Emilia Romagna mi sa) uno poi pensa che anche la Lega è una bella cosa.

Càpita 29 maggio 2008

Posted by chiaradavinci in all you need is love, da vinci's family, lector in fabula.
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Càpita che una legge un libro che le piace molto. E càpita anche che questa una scopre che quell’autore ha scritto anche altro. E poi càpita pure che questa una scopre che questo autore cita ed è amico di un altro autore che questa una vede spesso, di riffa o di raffa, a incontri letterari o in cui sempre questa una inciampa, leggendo recensioni o sfruculiando la rete. Càpita insomma che questa una si segna un po’ di titoli di quest’altro scrittore, senza avere il tempo per comprarli, e càpita anche che questa una legge da qualche parte che questo secondo scrittore sta per pubblicare un nuovo libro.

E poi càpita un bel giorno che il marito di questa una, che non sapeva nulla del primo, né del secondo scrittore, torna a casa con un pacchettino, càpita che lo dà a quell’una dicendo “ero in libreria, l’ho visto, e non so perché ho pensato a te” e càpita che dentro c’è questo:

Paolo Nori Mi compro una gilera

E non credo càpiti spesso che il cerchio si chiuda, riportando il congiuntivo nella vita di tutti quanti e dimostrando che l’amore è una cosa meravigliosa, nonostante tutto.

Bicchiere mezzo pienino? 22 maggio 2008

Posted by chiaradavinci in lector in fabula.
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Passare tanto tempo in ospedale ha anche i suoi vantaggi. Potrei fare di meglio, ma per ora mi viene solo in mente che ho avuto molto tempo per leggere.

Ho fatto fuori questo e questo. E anche altra roba, ma non mi ha entusiasmato.

Se volete sapere cosa ne penso, date un’occhiata ai commenti, mica posso sempre fare tutto io.

Più lib(e)ri 28 ottobre 2007

Posted by chiaradavinci in egolalia, lector in fabula, traduzione.
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Ieri sono stata qui:

Ho assistito alla presentazione del libro di una scrittrice (ti)cinese insieme alla sua traduttrice verso il tedesco, a una tavola rotonda sulla traduzione letteraria e all’one-woman-show di una giornalista italiana trapiantata in Germania, ho conosciuto per caso l’autrice di un libro che mi è piaciuto molto e ho passato diverse ore con la mia scrittrice preferita.

La vita è bella.

Di tempo, marmellata e nonni 26 settembre 2007

Posted by chiaradavinci in lector in fabula.
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Die Palette, Hubert FichteMi riallaccio al post di ieri e alla discussione che ne è scaturita sui tempi, gli ingredienti e i modi per preparare una marmellata e parlo di uno dei miei libri preferiti: Die Palette di Hubert Fichte.

 

Hubert Fichte (in italiano verrebbe fuori una roba tipo Umberto Abeterosso, 1935-1986) è stato l’Allen Ginsberg, il Jack Kerouac della Germania. Mezzo ebreo sotto Hitler, bisessuale in epoca postbellica e puritana, autodidatta culturale, non ha avuto vita facile. Fin da ragazzino ha recitato a teatro, poi ha intrapreso studi di agraria ed è finito a fare il pastore in Provenza, l’educatore di ragazzi difficili in Svezia e l’assistente sociale a Parigi. Tornato in Germania negli anni ’60, ha iniziato a scrivere e nel 1968 ha pubblicato Die Palette, la sua opera più riuscita, che prende il titolo dal locale-culto dei freak di Amburgo.

 

Non c’è un canovaccio, solo dialoghi, impressioni e flashback sul passato degli avventori, tutti personaggi molto alternativi, molto beat, oh yeah, ai margini della società: semiartisti, delinquentelli, prostitute, ragazzi di vita, travestiti, fuggiaschi. Protagonista è la ‘scena’ della subcultura anticonformista amburghese degli anni ‘50 e dei primi anni ‘60, quell’underground che esisteva già prima che nascesse questa parola e che preparò il mondo al ‘68. La figura principale è Jäcki, l’alter-ego dello scrittore, gli altri personaggi, mai chiamati per nome ma solo per soprannome, vengono introdotti e lasciati passare. Non c’è azione vera e propria, non ci sono eroi, né buoni, né cattivi. C’è solo un mondo fatto di droga, musica, sesso, povertà, piccola criminalità, pseudo-arte. Fichte non giudica, presenta solo degli episodi, dei valori, un milieu particolare. Pian piano nel corso del romanzo è Jäcki stesso che si trasforma da semplice osservatore a critico del mondo che lo circonda. Non perché cambi lui, ma perché a cambiare, a deteriorarsi è il Palette. Arrivano nuove persone, cambiano i temi di cui si discute e i soldi hanno sempre più importanza.

 

Il linguaggio non è semplice, riproduce lo slang degli emarginati che frequentavano il locale, e mancano quasi i nessi grammaticali. La scrittura è fortemente associativa e unisce frasi dei personaggi a titoli di giornali, graffiti sulle pareti dei bagni e slogan pubblicitari, in perfetto stile pre-pulp.

 

Cosa c’entra tutto questo con la marmellata di ieri? Mi permetto anch’io un’associazione à-la-Fichte. La frase che più mi ha colpito del libro – e che rivela la formazione bergsoniana dell’autore – è la seguente: Die Zeit ist ein Gelee in Jäckis Omas Bonzenschrank, ovvero: il tempo è una marmellata nell’armadio della nonna di Jäcki. Non me la tolgo dalla testa. Nemmeno mentre affondo le dita nella marmellata di uva america e mele che ho fatto l’anno scorso, riciclando una vecchia ricetta di mio nonno.